Una seconda ondata mortale. La lezione dalla pandemia del 1918

Cosa possiamo imparare dalla drammatica seconda ondata di influenza spagnola di 102 anni or sono?

Una seconda ondata mortale. La lezione dalla pandemia del 1918

Circa un secolo fa, ci fu una seconda ondata influenzale mortale. Milioni di persone furono condannate alla morte perché non sapevano quello che sappiamo oggi su come si diffondono virus e malattie respiratorie.

Probabilmente, se non vogliamo fare la stessa fine, faremmo bene a considerare con attenzione gli insegnamenti del progresso scientifico da allora ad oggi.

La pandemia di influenza spagnola del 1918 colpì in 3 ondate. La prima ondata, nella primavera di quell’anno, fu relativamente leggera. Ma in autunno arrivò la seconda ondata, durante la quale si verificarono la maggior parte dei decessi. Il bilancio finale fu di almeno 50 milioni di morti in tutto il mondo (ma alcune stime riportano addirittura 100 milioni).

Autunno 1918: la seconda tragica ondata

Perché la seconda ondata fu così mortale? Ci sono diverse ipotesi a riguardo, incluso quella di un virus mutato. Certamente, il fatto che era inverno significava che l’influenza si diffondeva di più, con le persone che trascorrevano molto tempo in luoghi chiusi.

A quei tempi, i pazienti affetti dalla terribile influenza sviluppavano spesso la polmonite, che uccideva le persone entro due giorni. Inoltre, il mondo era in guerra e la diffusione del virus era favorita dai movimenti delle truppe e dalle condizioni di vita dei militari. In pratica, così come si muovevano le truppe, così faceva il virus.

La cosiddetta Spagnola devastò anche il tessuto sociale. La maggior parte dei decessi era tra gli adulti di età compresa tra i 20 e i 40 anni. Di conseguenza, molti bambini persero uno o entrambi i genitori. Molti eventi, scuole e spazi pubblici furono cancellati e chiusi. Il fantasma della paura era dappertutto! Le autorità di molti paesi imposero leggi per indossare le mascherine e per vietare di sputare.

Autunno 2020: la seconda ondata di coronavirus

Anche ai nostri giorni, 102 anni dopo, ci troviamo nel bel mezzo di una pandemia. Dal 1918 sono stati fatti numerosi progressi scientifici che ci hanno consentito di mitigare la diffusione e gli effetti del COVID-19. I microbiologi possono ora isolare, identificare e descrivere la struttura dei virus. Inoltre, per fortuna, non siamo travolti da una guerra mondiale.

Il senno del poi e i progressi scientifici ci hanno insegnato come le malattie respiratorie si diffondano con le goccioline respiratorie, facilitate dal contatto ravvicinato e dall’igiene insufficiente. Precauzioni come l’allontanamento fisico, evitare assembramenti e viaggi inutili, lavarsi le mani e indossare la mascherina erano importanti nel 1918 come lo sono ora.

Gli esperti sanitari si aspettano che le infezioni da COVID-19 aumentino durante questo inverno perché il virus è un coronavirus e, come altri coronavirus, si diffonde più facilmente nei periodi invernali. Nell’aria invernale e meno umida, le particelle che trasportano virus possono rimanere nell’aria più a lungo. Inoltre, le nostre membrane nasali sono più secche e più vulnerabili alle infezioni in inverno. E quando il clima diventa più freddo, trascorriamo più tempo in ambienti chiusi senza una ventilazione sufficiente, il che significa che il virus ha una maggiore probabilità di diffusione.

Tuttavia, oggi abbiamo la fortuna di conoscere molto meglio il nostro nemico di quanto non lo conoscessero i nostri nonni durante la pandemia di influenza spagnola. Adesso sappiamo che i comportamenti di ogni singola persona sono determinanti nella diffusione del virus e che la disciplina su larga scala ci offre la miglior protezione possibile.

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