Per l’acciaio in Europa è finita un’epoca. Cosa resterà dopo il coronavirus?

Il settore siderurgico europeo si trova di fronte a cambiamenti epocali del mercato. Una sfida che se venisse persa avrebbe esiti disastrosi in tutta Europa.

Per l'acciaio in Europa è finita un'epoca. Cosa resterà dopo il coronavirus?

Anche per il settore dell’acciaio in Europa è finita un’epoca. La parola fine la sta scrivendo il coronavirus.

Come riporta il Financial Times, i produttori siderurgici europei stanno tagliando la produzione e rallentando tutti gli impianti. Un settore già in grave recessione, si accinge adesso ad affrontare le conseguenze economiche del coronavirus.

Un settore in crisi da tempo davanti al baratro del coronavirus

Aziende come Thyssenkrupp e Tata Steel hanno preso provvedimenti a causa del crollo degli ordini, della mancanza di personale disponibile e come precauzione di sicurezza per le infezioni. Nel frattempo, ArcelorMittal, il più grande produttore mondiale di acciaio, ha ridotto la produzione nella maggior parte dei suoi impianti nel Vecchio Continente.

Ufficialmente, la maggior parte dei produttori di acciaio motivano la chiusura degli impianti come misura di sicurezza per i lavoratori ma, in realtà, il problema principale e senza una soluzione è quello del crollo delle vendite.

Prima che arrivasse la pandemia di COVID-19, i produttori di acciaio europei erano in crisi per la valanga di importazioni che entravano nel continente. Era stato messo in piedi il sistema di crediti di CO2 per tassare i grandi inquinatori, ma le importazioni che provenivano da fornitori ancora più inquinanti ne erano esenti. A fine anno poi, per correre ai ripari, gli importatori venivano penalizzati per il contenuto di CO2 del loro prodotto. Ma era già troppo tardi…

Fioccano gli annullamenti delle vendite

Adesso, con la caduta della domanda per i blocchi alla diffusione del coronavirus in tutto il continente, fioccano gli annullamenti o le richieste di ritardo degli ordini. I produttori automobilistici di tutta Europa stanno chiudendo o rallentando la produzione e parliamo di un settore che consuma circa il 20% della produzione di acciaio nel continente.

Per esempio, circa l’80% delle case automobilistiche del Regno Unito ha interrotto la produzione, con solo la Jaguar Land Rover ancora in funzione.

Secondo il Financial Times, le acciaierie in Italia, Spagna, Germania, Paesi Bassi e Polonia sono tutte state travolte da questa specie di tsunami. Ma per l’industria siderurgica britannica le cose stanno ancora peggio visto che viene considerata l’anello più debole in Europa. British Steel, per esempio, ha la sua produzione primaria basata su altiforni e chiuderne uno o più è un’impresa ardua e costosa. UK Steel ha chiesto aiuti al governo e potrebbe essere solo la prima di altre richieste in questa direzione.

La statalizzazione è il male minore?

Tutto ciò, potrebbe innescare una corsa agli aiuti di stato e alle nazionalizzazioni in tutto il continente.

Certamente, si tratterebbe di un ritorno al passato, con tutta una serie di gravi problemi che questa scelta comporta. Tuttavia, considerando che il settore dell’acciaio (ma anche di altri metalli) è strategico e indispensabile anche quando la pandemia sarà terminata, non fare nulla, abbandonando le aziende al proprio destino, potrebbe essere molto, ma molto peggio.

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