Quando l’acciaio andava verso l’Est Europa

Sembra finita la corsa dell’acciaio europeo verso i paesi dell’Est Europa. Costi crescenti e un mercato in crisi ridisegneranno la mappa siderurgica anche in questa area del mondo.

Mentre l’economia europea viene stravolta dalla pandemia, gli osservatori puntano l’attenzione su uno dei settori tradizionalmente più importanti e più colpiti, quello siderurgico, per capire cosa ci aspetta.

L’acciaio europeo, anche prima del COVID-19, si trovava a dover affrontare costi più elevati e restrizioni ambientali. Problemi che vanno a toccare soprattutto le acciaierie dell’Europa Orientale, con un aggravio dei costi stimato tra i 30 e i 40 dollari a tonnellata.

Tutti in Est Europa

Lo spostamento verso est dell’acciaio europeo è un fenomeno che è cominciato tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000. In quegli anni i governi di quei paesi cercavano di privatizzare quelli che in molti casi erano beni di proprietà statale.

ArcelorMittal, con sede in Lussemburgo, è stata uno dei leader di fusioni e acquisizioni nell’Europa Orientale. Ha infatti acquisito attività in Polonia, ex Jugoslavia, Romania e Ucraina.

L’idea era che il mercato si stesse spostando verso est in termini di basi di produzione, mentre le case automobilistiche dell’Europa Occidentale e i produttori di elettrodomestici stavano aprendo stabilimenti in quei paesi.

Ma i tempi cambiano. A ottobre, ArcelorMittal ha annunciato che avrebbe chiuso definitivamente lo stabilimento polacco Kraków (1,4 milioni di tonnellate di capacità produttiva). Inoltre, sempre ArcelorMittal ha ceduto le attività in Repubblica Ceca, Romania e Macedonia del Nord vendendole a Liberty Steel.

Ucraina, tra acquisizioni e conflitti armati

Interessante anche quanto successo in Ucraina. Il gruppo ucraino Industrial Union of Donbass (ISD), nel 2004 ha acquisito il produttore ungherese di piatti Dunaferr e, nel 2005, ha acquisito anche il produttore polacco Huta Czestochowa.

Lo stabilimento polacco è fallito nel 2019 in mezzo alle crescenti difficoltà nel mercato europeo dell’acciaio. Sunningwell, filiale di Liberty Steel, ha poi affittato l’impianto dal curatore fallimentare. Attualmente Huta Czestochowa è operativa, ma non si conosce quali impianti siano attivi e con che capacità di produzione.

In Ucraina poi, il mercato è cambiato anche a causa del conflitto armato del 2014 tra le forze ucraine e i ribelli sostenuti dalla Russia, che hanno proclamato la Repubblica Popolare di Luhansk e la Repubblica popolare di Donetsk.

La regione di Donetsk, era il cuore industriale dell’Ucraina, oltre che la sede della maggior parte delle attività di produzione di acciaio e laminazione. Dentro i confini dei separatisti, non riconosciuti dal governo ucraino, sono rimasti Donetsk Steel, gli stabilimenti Yenakievo e Makeyevo del gruppo Metinvest e l’impianto di Khartzysk. Tuttavia, Metinvest ha riconosciuto nel 2017 di aver perso il controllo dei suoi impianti. In pratica, in quell’area dell’Ucraina nessuno conosce cosa sta succedendo.

Adesso che l‘Est Europa è stata colpita dalla seconda ondata della pandemia non è ancora chiaro quali saranno gli impatti sui produttori di acciaio. Le speranze sono riposte sulla Cina e sulla possibilità che il gigante asiatico cominci ad acquisire aziende e prodotti siderurgici, anche grazie alla Belt and Road Initiative.

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