Le 1000 facce di una crisi energetica. Ecco cosa succede in Ecuador

Il governo dell’Ecuador ha congelato i prezzi del carburante nel tentativo di attenuare la crescente pressione sociale e politica.

Le 1000 facce di una crisi energetica. Ecco cosa succede in Ecuador

Che i problemi energetici siano una questione centrale per la vita di un paese e di tutti i suoi cittadini parrebbe una cosa scontata. Tuttavia, come sta accedendo proprio in queste settimane anche in Europa, l’opinione pubblica presta una qualche attenzione alle questioni energetiche soltanto quando esplode una crisi.

Prendiamo il caso dell’Ecuador, dove la crisi energetica che sta attraversando il paese non ha nulla a che fare con quella europea. Tuttavia, anche in Ecuador, la questione energetica è determinante per il destino delle persone che se ne ricordano però soltanto quando quando i prezzi crescono e vanno a toccare il loro portafoglio.

Stop agli aumenti del prezzo del carburante

Qualche giorno fa il Presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, ha annunciato la sospensione degli aumenti dei prezzi del carburante. I prezzi appena congelati sono di 0,67 dollari al litro per la benzina normale e di 0,50 dollari al litro per il diesel. Il prezzo della benzina ad alto numero di ottani non è invece controllato dallo stato e, attualmente, è in vendita alla pompa per circa 0,92 dollari al litro.

Come accennato, il caso ecuadoregno è completamente diverso da quello che sta accadendo in Europa e in Cina, ma è comunque interessante ed istruttivo. L’unica cosa in comune è l’impatto negativo della crescita dei prezzi del petrolio per le tasche dei consumatori, anche se in Ecuador non se ne sono accorti per lungo tempo dal momento che era lo stato a pagare gli aumenti. Almeno fino al 2020, quando il precedente Presidente del paese, Lenin Moreno, avviò degli adeguamenti per colmare gradualmente il divario tra i prezzi alla pompa, a lungo sovvenzionati dallo stato, e i prezzi internazionali indicizzandoli al greggio WTI.

Portare i prezzi del carburante in linea con i livelli di mercato è considerato fondamentale per attirare investitori per gestire le raffinerie statali di PetroEcuador. Inoltre, si sperava che dopo la riforma si sarebbe sviluppato a valle un mercato competitivo. Ma così non è stato e, in questi giorni, è arrivata la retromarcia del governo, che ha raggiunto un accordo politico con il partito di opposizione indigeno Pachakutik, che aveva minacciato nuove proteste contro l’aumento dei prezzi del carburante.

50 anni di ricerche e trivellazioni nella foresta amazzonica

In realtà, il problema energetico del paese non è soltanto quello dei prezzi del petrolio. Negli ultimi 50 anni, l’Ecuador ha perforato le sue giungle alla ricerca di petrolio nel tentativo di rilanciare la sua economia e riuscire a ripagare il suo enorme debito internazionale. Negli ultimi 15 anni, il governo ecuadoriano ha installato oltre 4000 nuovi pozzi petroliferi nel 68% dell’Amazzonia. Tuttavia, nonostante tutti questi pozzi, la produzione annuale di petrolio del paese fornisce a malapena l’equivalente di due giorni di consumo globale, di cui oltre 46 % viene esportato negli Stati Uniti. Di fatto, il paese non è riuscito a diventare una potenza petrolifera mentre, di contro, le conseguenze sull’ambiente e sulle comunità indigene locali sono state disastrose.

Anche per questo alcune importanti banche europee (BNP Paribas, Credit Suisse e ING) hanno interrotto i finanziamenti al commercio di petrolio in questa regione.

L’Ecuador possiede riserve di petrolio stimate in 8.273 milioni di barili (lo 0,50% delle riserve mondiali), ma anche uno dei più importanti e incredibili ecosistemi del mondo, la foresta amazzonica. Trovare un equilibrio tra lo sfruttamento di tanta ricchezza energetica e il mantenimento di altrettanta ricchezza ambientale sembra un’impresa al di sopra delle capacità dei governi che fino ad oggi hanno guidato il paese.

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