Economia

Un pezzo di colonialismo francese in Africa: il franco CFA

Crescono le proteste contro il franco CFA, la moneta ufficiale di 15 paesi dell’Africa che la Francia stampa e controlla dal 1945.

Se c’è qualcosa di positivo nella retorica populista in Italia contro il fenomeno dei migranti africani, è di aver acceso qualche interesse sui problemi dell’Africa. Un po’ in ritardo, più o meno qualche secolo, ma… meglio tardi che mai!

L’opinione pubblica europea, segue sempre con molta attenzione le vicende dell’euro o del dollaro. Al contrario, ignora totalmente la moneta unica africana: il franco CFA (franco delle Colonie Francesi d’Africa).

Una moneta coloniale per defraudare gli africani?

Mentre crescono le voci di attivisti africani che ritengono che questa moneta sia uno scandalo politico ed economico di un ordine coloniale che defrauda le popolazioni africane, i capi di governo africani e francesi sono sempre più preoccupati per il futuro del franco CFA. Perciò, come prima cosa, cercano di non pubblicizzare troppo la faccenda, per la paura di una possibile, per quanto abbastanza remota, CFAxit (sulla falsariga della Brexit).

Per capire il dibattito sul franco CFA, dobbiamo tornare ai tempi della sua creazione, nel 1945. Subito dopo la seconda guerra mondiale, la Francia e il Regno Unito, le due grandi potenze coloniali in Africa, si attivarono per rafforzare la loro presenza in un continente che rivendicava gli stessi diritti e le stesse libertà sociali ed economiche per cui Londra e Parigi avevano combattuto durante la guerra contro il nazismo.

Fu allora che la Francia decise di creare il franco CFA. Un nome che, dopo l’indipendenza di quei paesi, venne riverniciato con “franco della Comunità Finanziaria Africana“, nell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale (UEMOA), e “franco di Cooperazione Finanziaria” nella Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale (CEMAC).

La zecca è in Francia

La moneta era ancorata ad un tasso di cambio fisso nei confronti del franco francese e gestita dalla Banca di Francia (attualmente è agganciata all’euro). Perciò, per garantire questo meccanismo, le ex-colonie francesi coinvolte erano tenute a versare un deposito delle loro riserve valutarie (dal 100% al 50% di oggi) al Tesoro francese. In pratica, la sovranità monetaria di quelle colonie veniva messa nelle mani di Parigi e tale è rimasta fino ai nostri giorni.

Per quanto possa sembrare sorprendente, la stampa della moneta avviene in Francia. Un po’ come avviene per 42 stati africani (su 49), che stampano le proprie monete fuori dall’Africa.

Tanto per avere un’idea, questa è la moneta di 155 milioni di persone in 15 paesi dell’Africa sub-sahariana. Degli otto paesi dell’Africa occidentale che usano il CFA, sette rimangono tra le nazioni più povere del mondo. E questo, nonostante il fatto che sette paesi CFA siano tra i principali produttori di petrolio al mondo.

Dopo più di mezzo secolo, il franco CFA non è stata in grado di sradicare i problemi cronici delle economie africane, anche se non è facile determinare in che misura ha contribuito a peggiorare la situazione. Di certo, ha modellato il funzionamento di queste economie e, dal momento che si tratta di una valuta forte, non aiuta di certo le esportazioni. Probabilmente, in paesi con settori agricoli fragili e industrie in una fase embrionale, la rigidità di questa moneta e la difficoltà a svalutarla (serve l’approvazione francese) sono un grosso ostacolo per lo sviluppo.

Una potente arma nelle mani francesi

Il franco CFA è uno strumento assai potente nelle mani della Francia, un asso nella manica della diplomazia francese, che lo custodisce gelosamente. I sostenitori della moneta sottolineano la sua stabilità e credibilità. Cosa che la rende vantaggiosa per le  economie africane deboli, oltre a facilitare gli investitori che hanno la stessa moneta in 15 paesi.

Tuttavia, il franco CFA non gode del sostegno unanime degli economisti e degli intellettuali africani. I detrattori condannano l’assenza di sovranità monetaria, oltre al fatto di costituire un dispositivo neocoloniale che continua a distruggere qualsiasi prospettiva di sviluppo economico. Inoltre, incoraggia i deflussi di capitali. Quindi, l’appartenenza a questa moneta è sinonimo di povertà e sottoccupazione.

Purtroppo, il dibattito in Africa sul CFA non riguarda ancora la gente comune, più preoccupata per i problemi quotidiani di sopravvivenza. Perciò, qualcuno spera che possa emergere presto una giovane élite africana, con un alto livello di istruzione, in grado di prendere in mano il destino monetario dell’Africa.

Certo che, l’opinione pubblica internazionale, potrebbe giocare un ruolo determinante nel favorire questo processo. E, per un paese come l’Italia, che dice di voler debellare le radici di povertà e disperazione che portano molti africani a migrare in Europa, potrebbe essere ben più utile di qualche semplice slogan populista contro i migranti.

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