Guerra all’inflazione e Super Dollaro. Chi guadagna e chi perde?

La FED americana ha deciso di sconfiggere l’inflazione, costi quello che costi. Il conseguente rafforzamento del dollaro non sta risparmiando quasi nessuno.

Guerra all'inflazione e Super Dollaro. Chi guadagna e chi perde?

Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’inflazione e gli effetti si stanno sentendo in tutto il mondo. La Federal Reserve americana (FED) continua ad alzare i tassi e il dollaro si è rafforzato in modo significativo, penalizzando un numero enorme di aziende, anche in territorio americano.

Secondo la società Kyriba, specializzata in analisi valutarie, il dollaro forte ha portato via circa 40 miliardi di dollari di guadagni per le società nordamericane nella prima metà dell’anno. Di fatto, non è la guerra in Ucraina o gli alti prezzi del petrolio a provocare danni ai ricavi delle multinazionali che vendono all’estero, ma il prolungato rialzo del dollaro.

+12,8 percento da inizio anno

Lo US Dollar Index, un indice che segue il biglietto verde rispetto ad un paniere delle principali valute mondiali, è cresciuto del 12,8% dall’inizio dell’anno, il più grande aumento degli ultimi due decenni. Inoltre, l‘aumento del dollaro ha fatto crollare altre valute, come l’euro, la sterlina britannica e lo yen giapponese.

Anche se chi si ritrova con una moneta svalutata, come per esempio l’euro, dovrebbe teoricamente godere di prodotti più competitivi da esportare e quindi di maggiori profitti, il fatto che gli acquisti di materie prime abbiano un prezzo in dollari significa che i vantaggi alla valuta più debole sono piccoli rispetto agli svantaggi.

Non è un gran vantaggio esportare a prezzi più competitivi se devi comprare materie prime in dollari

Proprio quello che che stiamo vedendo in Europa, dove le importazioni stanno diventando più costose e le aziende ne soffrono. L’aumento della competitività delle esportazioni è un vantaggio relativamente piccolo rispetto ai maggiori costi di importazione.

Inoltre, con la guerra in Ucraina in corso, un numero crescente di investitori sta spostando i propri soldi sui Titoli di Stato americani, considerandoli un bene rifugio. Ovviamente, l’effetto è di rinforzare ulteriormente il dollaro.

La grande divergenza tra FED e BCE

Interessante constatare una forte divergenza di politica monetaria tra Unione Europea (UE) e Stati Uniti, oltre che alcuni punti deboli che in questa situazione stanno emergendo nell’economia europea. Le aziende della UE crescono infatti ad un ritmo più lento rispetto alle aziende statunitensi. La Banca Centrale Europea (BCE) ha aumentato i tassi di interesse di 50 punti base a luglio, ma il suo tasso debitore è ancora negativo (-0,25%), un’enorme differenza con il tasso degli Stati Uniti (+1,75%). L’euro è sceso dell’11,5% da inizio anno e, il 13 luglio, ha raggiunto la parità con il dollaro per la prima volta in oltre due decenni.

Sorprendentemente, in un mondo abituato alle guerre valutarie per deprezzare le monete e favorire le esportazioni, stiamo ora assistendo a una guerra per apprezzare le valute. Infatti, tutte le banche centrali vogliono stare al passo con le pressioni inflazionistiche sui prezzi, aumentando i tassi di interesse.

Il conto lo pagheranno i paesi più poveri

Un cambio di paradigma che si pensa porterà i maggiori svantaggi nei paesi più poveri. Ne è un triste esempio lo Sri Lanka, dove l’alto costo del petrolio in dollari ha fatto precipitare il paese nella peggiore crisi economica della sua storia. Il paese è sull’orlo del default per i suoi debiti esteri, molti dei quali sono prezzati in dollari.

Potrebbero esserci altre vittime tra le economie emergenti e i paesi in via di sviluppo, poiché molti di loro hanno grossi debiti in dollari, aggravati dalle recenti spese pubbliche per combattere la pandemia di COVID-19. Con il dollaro in così forte crescita, il costo del debito pubblico può diventare insostenibile e scatenare una crisi come è già successo in Messico nel 1982 e nel 1994.

L’influenza delle decisioni della FED sul destino di miliardi di persone è un dato di fatto. Ovviamente, le sue decisioni non sono mosse dall’interesse di questi miliardi di persone ma, semplicemente, da quelli dei soli cittadini statunitensi.

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