Le risorse naturali della Palestina: petrolio e gas naturale

Una panoramica delle risorse naturali e del loro potenziale economico in uno dei territori più travagliati del Medio Oriente.

Mentre l’attenzione del mondo è focalizzata sull’ennesima guerra in Palestina, la disamina di quelle che sono le risorse naturali del paese possono contribuire a dare un’idea più vicina alla realtà di questa area travagliata del Medio Oriente.

Come noto, i confini geografici dela Palestina sono il Mar Mediterraneo a ovest, la valle del fiume Giordano a est, il fiume Litán a nord e il deserto del Negev a sud. Politicamente però il paese è costituito dalla Striscia di Gaza e da una parte dei territori della Cisgiordania, occupati dall’esercito di Israele dal 1967.

Oltre 500 miliardi di dollari di petrolio e gas

In questa mappa, le risorse più significative, costituite da petrolio e gas naturale, si trovano nel territorio palestinese occupato (OT), nella cosiddetta area C della Cisgiordania e sulla costa mediterranea al largo della Striscia di Gaza. La scoperta di quest’ultime risale al 2000, nell’ambito della concessione di licenza alla British Gas da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Secondo uno studio dell’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development), queste risorse potrebbero generare centinaia di miliardi di dollari se adeguatamente sfruttate.

Le sole nuove scoperte di gas naturale nel bacino del Levante ammontano a 122 trilioni di piedi cubi, mentre il petrolio estraibile è stimato in 1,7 miliardi di barili (dati contenuti nello studio “The Economic Cost of Occupation for the Palestinian People: The Unrealized Oil and Natural Gas Potential“). Traducendo questi numeri in denaro, scopriamo che si tratta di un’opportunità di oltre 500 miliardi di dollari che potrebbero essere distribuiti e condivisi nella regione per promuovere la pace e la cooperazione tra le parti belligeranti.

Pochi metalli, ma tanta acqua dolce sotterranea

Ma a tutto ciò, si aggiungono i nuovi ritrovamenti di petrolio e gas naturale nel Mediterraneo orientale, che Israele ha iniziato a sfruttare a proprio vantaggio, nonostante i depositi si estendano fisicamente in riserve a cavallo tra i diversi stati confinanti.

Mentre è discutibile a chi appartengano tutte queste risorse, quel che è certo è che, fino ad oggi, i palestinesi non hanno potuto godere di queste ricchezze, tant’è che lo studio commissionato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite le annovera tra i costi sostenuti dai palestinesi per l’occupazione israeliana.

Per completare il quadro sommario delle risorse dei questi territori travagliati, vanno anche considerate l’acqua dolce sotterranea, i terreni coltivabili, pietra gessosa e basalto, rame e manganese (ma il loro valore economico è dubbio), bromo potassico e sali di magnesio (nelle acque del Mar Morto).

Se mai un giorno si arrivasse a discutere in pace di uno stato palestinese, la sua sopravvivenza economica dipenderà anche dalla possibilità di poter controllare la propria economia e di avere un accesso equo alle quote di riserve di petrolio e gas che gli spettano.

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