Lo spettro da più parti ventilato circa l’estensione del CBAM si sta manifestando. L’approvazione europea è del 6 luglio, per mano della commissione ENVI (Ambiente, Salute pubblica e Sicurezza alimentare), che ha dato il via libera con il 70% dei voti favorevoli. La plenaria non si è ancora espressa, ma chi conosce i meccanismi di Bruxelles sa che le decisioni di ENVI raramente restano lettera morta: e che finiscono quasi sempre in plenaria con poche modifiche sostanziali.
Cosa cambia davvero per il mercato
L’estensione del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) colpirà un numero di prodotti downstream enorme: automobili, lavatrici, frigoriferi, mobili, sistemi di riscaldamento, materiali da costruzione, macchinari agricoli. Praticamente tutto ciò che una famiglia europea acquista o usa quotidianamente entra nel perimetro del CBAM che, fino ad oggi, colpiva materie prime come acciaio e alluminio. Ora il salto riguarda beni finiti, con tutte le complicazioni di tracciabilità che questo comporta.
ACEA (l’associazione dei costruttori automobilistici europei) ha pubblicato una critica durissima sul piano e sulla metodologia adottati da Bruxelles visto che non è per nulla chiaro secondo quale logica alcuni prodotti automotive siano stati inclusi e altri esclusi. Secondo ACEA i dettagli di calcolo della Commissione restano oscuri anche a chi dovrebbe applicarli. Inoltre, segnala che mancano verificatori accreditati in numero sufficiente, il che rende l’entrata in vigore dal 2028 semplicemente irrealizzabile sul piano operativo.
Il conto per cittadini e PMI
Facciamo un po’ di conti per capire meglio di cosa stiamo parlando. Il prezzo della CO2 oggi si aggira sugli 80 euro a tonnellata. Le proiezioni indicano 140 euro entro il 2030 e fino a 250 euro entro il 2045.
Applicato a beni di consumo quotidiano, questo significa un aumento sistematico dei prezzi di importazione, senza alcun meccanismo di compensazione per le famiglie e senza una valutazione d’impatto seria sulle piccole e medie imprese che dipendono da componenti o beni strumentali importati. Le PMI si ritroveranno con più burocrazia, costi di approvvigionamento più alti e margini competitivi ridotti, mentre nessuno a Bruxelles sembra aver fatto i conti su chi effettivamente paga il conto.
L’asimmetria che nessuno vuole discutere
E poi esiste un’altra questione scomoda. Il settore siderurgico europeo detiene circa 700 milioni di tonnellate di certificati ETS gratuiti accumulati, con un valore di mercato attuale stimato in 56 miliardi di euro. Questo significa che i grandi produttori integrati possono ammortizzare la pressione dei costi CO2 per anni, mentre gli importatori e i trasformatori si troveranno a sostenere il peso pieno del CBAM. Espandere il meccanismo ai prodotti finiti non corregge questa asimmetria, la aggrava visto che il CBAM rischia di trasformarsi in uno strumento che pesa sui consumatori, alimenta l’inflazione e consolida il vantaggio competitivo dei grandi gruppi verticalmente integrati.
Nel frattempo, EUROFER (la federazione europea dell’industria siderurgica) continua a raccontare una storia di declino, sostenendo che negli ultimi cinque anni l’industria ha perso oltre 30 milioni di tonnellate di capacità produttiva e circa 30.000 posti di lavoro diretti.
In realtà, quello che è effettivamente diminuito è la produzione di acciaio grezzo, non la capacità installata che, secondo l’OCSE Steel Outlook 2026 e lo stesso report European Steel in Figures 2026 pubblicato da EUROFER, è rimasta stabile.
Morale della favola…
I produttori europei hanno ridotto la produzione di acciaio grezzo importando grandi quantità di slab da Russia, Cina, Brasile e Indonesia, per proteggere i margini della trasformazione downstream. Parallelamente, hanno venduto i certificati ETS gratuiti sul mercato o li hanno trattenuti in attesa di prezzi CO2 più alti, invece di investire in una reale sicurezza produttiva. Non è una crisi industriale, è un’operazione finanziaria travestita da crisi industriale.
Trenta milioni di tonnellate di capacità persa suona come declino industriale irreversibile. La realtà descrive un settore che specula con certificati sussidiati dallo Stato, allinea le proprie decisioni produttive alla sostituzione delle importazioni e alla massimizzazione dei rendimenti e utilizza politicamente la retorica della crisi per giustificare tariffe protettive che finiscono per erodere la competitività di tutti gli altri attori della filiera.
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