Se lo Stretto di Hormuz dovesse continuare a rimanere chiuso al traffico delle petroliere, il prezzo del petrolio potrebbe salire rapidamente fino a 150 dollari al barile nel giro di due o tre settimane. È questa la previsione lanciata dal ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, in un’intervista al Financial Times, una dichiarazione che fotografa la crescente tensione sui mercati energetici globali.
La prospettiva di un’interruzione prolungata del traffico nello stretto rischia infatti di paralizzare l’arteria attraverso cui transita una parte significativa delle esportazioni di petrolio e gas del Golfo, con effetti immediati sulle catene di approvvigionamento globali.
Il traffico marittimo quasi azzerato
I numeri diffusi dal Joint Maritime Information Center offrono un’immagine chiara della situazione. Il traffico attraverso Hormuz è crollato da una media di 138 navi al giorno a sole 2 imbarcazioni nelle 24 ore precedenti a giovedì della scorsa settimana. Nessuna delle 2 era una petroliera.
La drastica riduzione dei passaggi riflette una situazione di sicurezza deteriorata. Diverse decine di petroliere risultano ferme nelle acque vicine allo stretto e alcune sono state bersaglio di attacchi. A complicare ulteriormente il quadro, molte compagnie assicurative hanno ritirato le coperture di guerra, rendendo di fatto impossibile il proseguimento delle operazioni commerciali.
Gli Stati Uniti hanno annunciato la possibilità di offrire una copertura assicurativa federale per sostenere il traffico energetico, ma la misura non ha ancora avuto effetti concreti sul ritorno delle petroliere in rotta.
Il Golfo verso la forza maggiore sulle esportazioni
Se la situazione non dovesse cambiare rapidamente, i principali esportatori di petrolio e gas della regione potrebbero essere costretti a dichiarare forza maggiore sulle forniture. Secondo al-Kaabi, una decisione di questo tipo potrebbe arrivare nel giro di pochi giorni.
I primi segnali sono già visibili. Il Qatar ha sospeso la produzione di gas naturale liquefatto nel complesso di Ras Laffan, il più grande hub di GNL al mondo, dopo un attacco con droni e il blocco quasi totale del traffico nello stretto. L’azienda energetica statale ha già notificato ai clienti l’impossibilità di rispettare alcuni contratti di consegna.
La paralisi logistica non riguarda solo il gas. Anche il Kuwait, tra i membri fondatori dell’OPEC, avrebbe iniziato a fermare la produzione in alcuni giacimenti a causa della saturazione degli stoccaggi. Con le esportazioni bloccate, il greggio continua ad accumularsi nei terminali, spingendo le autorità a valutare ulteriori tagli produttivi e una riduzione delle attività di raffinazione.
L’entità delle interruzioni non è stata ancora quantificata, ma è chiaro che la crisi dello Stretto di Hormuz sta iniziando a incidere direttamente sull’offerta.
Il rischio di uno shock dei prezzi
In un mercato petrolifero già sensibile alle tensioni geopolitiche, la prospettiva di un blocco prolungato dello stretto potrebbe produrre un rapido aumento dei prezzi.
Secondo la valutazione del ministro qatariota, una chiusura di alcune settimane sarebbe sufficiente per spingere le quotazioni verso quota 150 dollari al barile. Un livello che riporterebbe il mercato energetico su soglie di forte stress e che avrebbe conseguenze immediate su inflazione, trasporti e costi industriali.
La combinazione tra offerta ridotta, interruzioni logistiche e rischio geopolitico rappresenta infatti uno dei catalizzatori più potenti per il rialzo del petrolio.
Implicazioni per l’economia globale
Un conflitto prolungato nella regione del Golfo non resterebbe confinato al mercato energetico. Sempre secondo al-Kaabi, se la guerra dovesse continuare per alcune settimane, l’impatto si rifletterebbe inevitabilmente sulla crescita economica globale.
L’energia rimane infatti una componente centrale dei costi di produzione e dei flussi commerciali. Un improvviso aumento del prezzo del petrolio potrebbe alimentare nuove pressioni inflazionistiche, rallentare l’attività industriale e complicare la politica monetaria delle principali economie.
Anche nel caso di una rapida cessazione delle ostilità, il ritorno alla normalità non sarebbe immediato. Il Qatar stima che il ripristino dei normali cicli di produzione e consegna dell’energia richiederebbe settimane, se non mesi.
In altre parole, la crisi di Hormuz potrebbe lasciare un segno duraturo sui mercati energetici, ben oltre la fine delle tensioni militari.
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