Dopo il petrolio, il pane. Hormuz e la crisi silenziosa dell’agricoltura mondiale

Il blocco dello Stretto di Hormuz ha innescato una crisi dei fertilizzanti che minaccia di trasformarsi in una carestia globale.

Il blocco dello Stretto di Hormuz non è solo una crisi energetica. È qualcosa di più pervasivo e pericoloso che ha avviato una crisi alimentare in lenta gestazione, destinata a colpire prima i più vulnerabili e poi, con il consueto ritardo dei mercati, anche gli scaffali dei supermercati di mezzo mondo.

Quando il 28 febbraio lo stretto si è chiuso al traffico commerciale, l’attenzione dei mass-media si è riversata sul petrolio e sul gas. Ma il vero problema è che attraverso Hormuz transita circa la metà dei fertilizzanti che nutrono il pianeta: urea, ammoniaca, zolfo, idrogeno, gas naturale. Tutti ingredienti fondamentali dei fertilizzanti azotati, senza i quali l’agricoltura moderna non potrebbe esistere come la conosciamo.

Il risultato? In poche settimane i prezzi dei fertilizzanti hanno già più che raddoppiato rispetto ai livelli precedenti la chiusura. Una fiammata che ricorda quella del 2022, quando la guerra tra Russia e Ucraina mandò in tilt i mercati delle materie prime agricole. La storia si ripete, con una geografia diversa ma con la stessa brutalità di fondo.

Il piatto è ancora pieno, ma fino a quando?

Per ora, i prezzi delle grandi colture di base non rispecchiano ancora il caos che si agita a monte della filiera. Anche se il fertilizzante costa il doppio, il prezzo della farina al supermercato tiene. In realtà, questo ritardo non è una buona notizia, è solo un differimento del problema. I mercati delle materie prime agricole rispondono con mesi di ritardo rispetto agli shock upstream e presto il conto arriverà, probabilmente più salato proprio perché rimandato.

Nel frattempo, chi paga il prezzo in tempo reale sono gli agricoltori. Non esiste, ad oggi, alcun sostituto su scala commerciale per i fertilizzanti azotati. Quindi, chi non può permetterseli ha due opzioni: aspettare o non concimare. Entrambe implicano raccolti ridotti.

Quarantacinque milioni di persone in bilico

Le conseguenze più immediate si faranno sentire nei paesi già fragili. Secondo l’ONU, il blocco di Hormuz potrebbe spingere altri 45 milioni di persone nella fame e nella carestia. Paesi come SudanSomaliaMozambicoKenya e Sri Lanka non hanno ancora recuperato dagli shock precedenti e sono arrivati a questa crisi con le riserve a zero.

Il dato è ancora più grave se si considera il quadro preesistente. Secondo il Global Report on Food Crises 2026, nel 2025 erano già 266 milioni le persone colpite da insicurezza alimentare acuta in 47 paesi. Aggiungere una crisi dei fertilizzanti sistemica ad una situazione già compromessa non è sommare, è moltiplicare.

Quando la fame accende le piazze

C’è un’ultima dimensione di questa crisi che i mercati tendono a trascurare, concentrati com’è normale che siano sui prezzi spot e sulle curve dei futures e cioè che l’inflazione alimentare è storicamente uno dei più potenti detonatori di instabilità politica. Lo abbiamo visto con la Primavera Araba che fu scatenata dal prezzo del pane troppo caro. Molti analisti concordano che l’aumento dei prezzi alimentari in tutto il Medio Oriente e nel Nord Africa tra il 2010 e il 2011 fu una delle cause strutturali delle rivolte di massa.

Oggi il contesto geopolitico è già incandescente, senza bisogno di ulteriore combustibile. L’International Fresh Produce Association stima che lo shock dei fertilizzanti potrebbe tradursi in un aumento tra l’1 e il 3% dei prezzi al dettaglio per i prodotti freschi a livello globale, fino ad arrivare a vere e proprie carenze. Anche una variazione apparentemente modesta, in economie già sotto pressione inflazionistica, può fare la differenza tra stabilità e caos sociale.

Anche uno scenario positivo, cioè un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran e la riapertura dello stretto, non risolverebbe il problema nell’immediato. Come ha spiegato Semafor, anche quando le navi potranno tornare a transitare, i produttori di fertilizzanti dovranno aspettare che la produzione di gas naturale nel Golfo si riporti a regime, un processo che richiederà mesi o addirittura anni. La filiera non si accende come un interruttore.

METALLIRARI.COM © ALL RIGHTS RESERVED



LA LETTURA CONTINUA...