Secondo ICT (International and Trading Company), le attuali politiche europee per la siderurgia rischiano di indebolire, anziché rafforzare, la competitività dell’industria manifatturiera del continente. Pur riconoscendo gli obiettivi di sostenibilità perseguiti dall’Unione Europea, il CEO di ICT sostiene che strumenti come il Green Deal, il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), le quote d’importazione e le misure di salvaguardia siano stati introdotti senza una piena comprensione del funzionamento della filiera siderurgica e delle esigenze delle imprese utilizzatrici di acciaio.
L’analisi si concentra soprattutto sul CBAM, giudicato ancora caratterizzato da troppa incertezza, tanto che le aziende sono costrette a effettuare acquisti senza conoscere con precisione il costo finale legato alle emissioni incorporate nei prodotti importati. La mancanza di organismi di certificazione pienamente operativi, prevista almeno fino al 2027, e la volatilità del prezzo dei certificati di CO₂ rendono estremamente difficile pianificare investimenti e strategie commerciali.
Critiche anche al nuovo sistema delle quote di importazione, le cui regole definitive sono state comunicate soltanto alla vigilia della loro entrata in vigore. In un settore che richiede pianificazione di lungo periodo, questa incertezza avrebbe provocato un forte rallentamento degli acquisti, della produzione e degli investimenti, con alcune aziende italiane che nel secondo trimestre del 2026 avrebbero registrato un calo dei volumi d’affari fino al 50%.
Secondo ICT, Bruxelles commette inoltre un errore strategico concentrandosi sulla tutela della produzione primaria di acciaio, trascurando il peso economico della manifattura. La siderurgia europea impiega circa 300.000 addetti, mentre le industrie che trasformano e utilizzano l’acciaio occupano quasi tre milioni di persone. Per questo motivo, coils e semilavorati importati non dovrebbero essere considerati una minaccia, bensì un fattore essenziale per mantenere competitiva la produzione europea. La vera concorrenza proviene invece dai prodotti finiti ad alta intensità di acciaio importati da paesi extra-UE.
Sarebbe auspicabile un quadro normativo più stabile e prevedibile, con regole chiare sul CBAM, quote d’importazione calibrate sulla domanda reale e maggiori controlli sui prodotti finiti provenienti dall’estero. In assenza di questi correttivi il rischio è che l’Europa completi la propria transizione normativa quando gran parte della sua base industriale sarà ormai compromessa.
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