Lo stabilimento di British Steel a Scunthorpe non è stato nazionalizzato perché improvvisamente redditizio, ma perché lasciarlo spegnere avrebbe privato il Regno Unito dell’ultima capacità di produrre acciaio grezzo. Il governo britannico ha portato l’azienda sotto controllo pubblico il 16 luglio, dopo avere già assunto il controllo operativo dell’impianto nel 2025, mentre la proprietà restava al gruppo cinese Jingye.
La scelta governativa ha però un costo significativo. Secondo il National Audit Office, il sito costava allo stato inglese circa 1,3 milioni di sterline al giorno, mentre a fine marzo 2025 la cinese Jingye indicava perdite nell’ordine delle 700.000 sterline quotidiane e aveva avviato consultazioni per la chiusura. In altre parole, Londra non ha comprato un gioiello industriale ma ha impedito che un asset considerato strategico finisse in liquidazione.
A Scunthorpe lavorano circa 2.700 persone, quasi tre quarti dell’organico di British Steel. La posta in gioco, tuttavia, supera l’occupazione diretta visto che l’impianto produce acciaio grezzo destinato a costruzioni, ferrovie e applicazioni industriali dove continuità, qualità e disponibilità locale contano molto. Se la produzione cessasse, il Regno Unito sarebbe l’unico paese del G7 privo di capacità nazionale di acciaio grezzo.
Dalla crisi aziendale alla frizione con Pechino
Le vicissitudini societarie di British Steel spiegano bene perché il dossier sia diventato anche geopolitico. Nel 2016 Tata Steel cedette per 1 sterlina il comparto in perdita dei prodotti lunghi a Greybull Capital, che lo ribattezzò British Steel. Dopo il collasso finanziario del 2019 intervenne il servizio d’insolvenza governativo e nel 2020 l’attività passò a Jingye.
Il gruppo cinese sostiene adesso di avere investito oltre 1,2 miliardi di sterline per mantenere in funzione il sito nonostante una persistente instabilità produttiva. Pechino contesta che il governo britannico abbia cancellato quel contributo dietro lo schermo della sicurezza nazionale, accusandolo di danneggiare la fiducia delle imprese cinesi interessate a investire nel paese.
Il Ministero del Commercio cinese ha chiesto al Regno Unito di rispettare gli obblighi previsti dall’accordo bilaterale di protezione degli investimenti e di trattare equamente le imprese a capitale cinese. La formula diplomatica lascia spazio ad una minaccia: sostegno a Jingye nelle iniziative legali e possibili misure per tutelare gli interessi delle aziende cinesi. Anche Jingye ha annunciato la richiesta di un pieno indennizzo attraverso le vie giudiziarie.
Per Londra, l’alternativa era il fallimento; per Pechino, l’investitore che ha tenuto in vita lo stabilimento non può essere espropriato senza una compensazione adeguata.
I conti della siderurgia e il prezzo dell’autonomia
Il dissesto di Scunthorpe non nasce però dalla sola gestione operativa dei proprietari che si sono succeduti nel tempo. La siderurgia britannica opera infatti in un mercato segnato dalla sovraccapacità globale che comprime i prezzi e da costi elettrici superiori a quelli sostenuti dai concorrenti di altri paesi. A questi fattori si è aggiunto, nel marzo 2025, il dazio statunitense del 25% sulle importazioni di acciaio.
Inoltre, la trasformazione verso tecnologie a minori emissioni richiede capitali e tempo; gli altiforni tradizionali, intanto, continuano a consumare materie prime ed energia. Quando un governo invoca un settore “sostenibile, competitivo e decarbonizzato”, sta delineando un obiettivo necessario, non descrivendo una situazione già risolta. Il passaggio alla proprietà pubblica compra tempo, ma non elimina né le perdite né gli investimenti necessari per cambiare il modello produttivo.
Il precedente di Port Talbot, in Galles, è eloquente. Tata Steel ha spento il suo altoforno nel settembre 2024, dichiarando perdite pari a 1,7 milioni di sterline al giorno, ottenendo dal governo 500 milioni di sterline per orientarsi verso forme di produzione più verdi.
Nel 2024 l’industria siderurgica britannica ha contribuito per 1,7 miliardi di sterline all’economia nazionale, pari allo 0,1% del PIL e allo 0,8% della manifattura. Ma anche se questi numeri sembrano modesti, il settore è molto importante in termini di filiere, territori e forniture per infrastrutture e difesa. Il comparto conta 1.160 imprese e sostiene direttamente 40.000 altre aziende.
Altiforni vecchi, margini stretti
A Scunthorpe sono ancora attivi soltanto due dei quattro altiforni: Bess, entrato in produzione nel 1938, e Anne, operativo dal 1954. Entrambi sono prossimi al termine della loro vita operativa.
Un altoforno non si spegne e si riaccende come un impianto ordinario. La continuità è parte della sua economia e della sua sicurezza e, se il metallo fuso solidifica, la massa residua, detta salamander, può espandersi al successivo riscaldamento e lesionare la struttura. Una fermata controllata attraverso il procedimento di Salamander Tap è possibile, ma delicata e rischiosa; una riaccensione o una ristrutturazione può richiedere decine di milioni di sterline.
Anche le scorte di carbone da coke e pellet di minerale di ferro sono in diminuzione. La nazionalizzazione, quindi, non mette al sicuro un impianto con un semplice atto legislativo, ma deve anche assicurare forniture, manutenzione e continuità operativa a macchinari che non possono attendere le lentezze della politica.
Dipendenza commerciale, sovranità costosa
Nel 2023 il Regno Unito ha prodotto 5,6 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, lo 0,3% del totale mondiale. La distanza dalla Cina, oltre 1.000 milioni di tonnellate e il 54% della produzione globale, misura la sproporzione industriale tra i due paesi. L’Unione Europea ha prodotto 126 milioni di tonnellate, circa il 7% del totale e il Regno Unito si collocava all’ottavo posto tra i produttori europei.
Nel 2024 il Regno Unito ha importato quasi 7 milioni di tonnellate di acciaio, per circa due terzi provenienti dall’Unione Europea. Paesi Bassi, Spagna e Germania sono stati i principali fornitori di prodotti finiti, affiancati da flussi asiatici da India, Corea del Sud, Vietnam e Cina. L’industria britannica non vive isolata dal mercato mondiale, ma dipendere integralmente da esso per l’acciaio grezzo è il rischio che Londra ha scelto di non accettare.
La nazionalizzazione di British Steel mette dunque a nudo una questione piuttosto scomoda per la politica e cioè che la sicurezza industriale ha un prezzo e quel prezzo non coincide quasi mai con quello che il mercato reputa conveniente. Resta da capire se il governo saprà trasformare British Steel con un piano industriale credibile, anziché limitarsi a pagare ogni giorno il conto di un’emergenza rinviata.
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