Quando il protezionismo commerciale smette di essere una difesa e diventa qualcosa d’altro? Prendiamo il caso dell’Unione Europea quando, nell’ottobre 2025, ha varato le nuove misure sull’acciaio con una quota tariffaria libera da dazi fissata a poco più di 18 milioni di tonnellate annue, praticamente la metà rispetto ai livelli recenti, e un dazio del 50% su tutto ciò che supera quella soglia. Numeri pensati per riportare il mercato alle condizioni del 2013, prima della prima ondata di acciaio a basso costo arrivata dalla Cina. Fin qui, la logica industriale si può anche capire.
Il problema è quello che è successo dopo. Le associazioni degli importatori, che avrebbero dovuto beneficiare di un mercato più aperto, hanno chiesto a gran voce che i dazi venissero estesi anche ai prodotti a valle, cioè a tutto ciò che viene fabbricato con l’acciaio protetto.
Non è difesa, è rappresaglia mascherata da politica commerciale: se io perdo competitività per colpa vostra, allora tutti gli altri devono pagare lo stesso prezzo. È una logica che si autoalimenta e che, non a caso, si sta ripetendo quasi identica con il CBAM, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Appena introdotto, il riflesso politico è già quello di allargarlo, irrigidirlo, applicarlo alla fase di lavorazione successiva.
Anche i costruttori di macchinari si accodano
La spirale ha trovato un nuovo protagonista nei produttori europei di macchinari, che hanno irrigidito la propria posizione politica chiedendo più protezione dalla concorrenza cinese, più strumenti, più barriere. È lo schema che si ripete stadio dopo stadio, con i dazi sull’acciaio che alzano i costi per chi costruisce macchinari e con i costruttori di macchinari che chiedono protezione. Ma le misure protettive sui macchinari alzano i costi per chi gestisce gli impianti e questi ultimi finiscono per chiedere protezione a loro volta.
Nel frattempo, dal lato istituzionale, il segnale è arrivato forte e chiaro. Denis Redonnet, il Chief Trade Enforcement Officer della Commissione Europea, ha dichiarato a metà luglio di quest’anno davanti agli eurodeputati che Bruxelles continuerà “nei prossimi mesi, dove necessario e giustificato” ad adottare misure di difesa commerciale sia strutturali che situazionali e che è più che probabile l’adozione di misure unilaterali entro la scadenza fissata per ottobre 2026 dal commissario al Commercio Maroš Šefčovič per i negoziati con la Cina. Il primo luglio la UE aveva già raddoppiato i dazi su alcune importazioni di acciaio e ridotto le quote settoriali, un’anteprima di quello che potrebbe estendersi ad altri comparti nelle prossime settimane. Quando la volontà politica c’è già, trovare la cornice narrativa per giustificarla diventa un dettaglio tecnico.
Thorsten Gerber, CEO di Gerber Group, l’ha detta senza troppi giri di parole: “La UE ha sviluppato una straordinaria capacità di rispondere a ogni problema con la stessa soluzione: più protezione, più dazi, più burocrazia. A un certo punto ci saremo protetti così a fondo che non resterà più nulla da proteggere“. Una battuta che suona cinica, ma che fotografa con esattezza il meccanismo in corso.
La logica della spirale, portata alle sue conseguenze
Nessuno a Bruxelles sembra aver capito questa catena fino in fondo. Ogni stadio della filiera che si protegge genera costi che il stadio successivo deve compensare, chiedendo a sua volta protezione. È un domino che non si ferma da solo, perché ogni misura crea l’incentivo per la misura successiva. E alla fine, quando la catena si esaurisce, chi paga il conto sono i cittadini attraverso prezzi più alti, e le aziende attraverso mercati export perduti.
Perché è qui che questa spirale smette di essere un problema soltanto europeo. Se l’Europa erige barriere a ogni stadio della produzione, prima o poi smetterà anche di esportare. E questo, per i concorrenti asiatici, non è un rischio, è un regalo. Prodotti europei resi artificialmente più cari dai dazi a monte diventano automaticamente meno competitivi sui mercati terzi, quelli degli Stati Uniti, del Brasile, del Giappone, dell’Australia. Non serve che i concorrenti facciano nulla di particolare, basta che l’Europa continui a incamerare costi lungo la propria filiera perché il vantaggio si sposti altrove da solo.
Senza export non c’è capitale, senza capitale non c’è materia prima
Il punto che spesso si perde di vista è che protezionismo e autosufficienza non sono la stessa cosa e la seconda dipende in larga parte dalla prima. Senza ricavi da esportazione, non ci sono risorse per finanziare le importazioni di materie prime, che per un continente povero di risorse come l’Europa restano indispensabili quasi per ogni filiera industriale. Il Critical Raw Materials Act, con i suoi obiettivi al 2030 (10% della domanda annua estratta internamente, 40% della capacità di lavorazione localizzata in Europa), parte da una base che nel frattempo si è ristretta piuttosto che ampliata. L’estrazione interna era già attorno all’8% quando gli obiettivi sono stati fissati, la lavorazione al 24%, e il continente ha perso metà della sua capacità di fusione dell’alluminio primario tra il 2019 e il 2023. Dieci dei ventisei materiali critici necessari per la transizione energetica, semplicemente, non vengono ancora riciclati.
Nessun sistema di riciclo e nessuna normativa può trasformare da sola un continente povero di risorse in un continente autosufficiente, se contemporaneamente si smonta la capacità di generare le entrate necessarie a comprare quelle stesse risorse altrove. È qui che la spirale protezionistica smette di essere una questione di principio e diventa un problema di sostenibilità economica. L’Europa rischia di proteggersi fino a rendersi irrilevante proprio nei mercati che dovrebbe difendere.
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