Il conflitto in Iran riscrive i costi della siderurgia mondiale. Noli marittimi +50%, carburanti fino a +75%

La guerra in Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz stanno avendo un impatto pesante sui mercati energetici e sulla filiera globale dell’acciaio, provocando un forte aumento dei costi di trasporto e delle materie prime che si sentono anche negli Stati Uniti.

Dalla fine di febbraio 2026, il prezzo del carburante marittimo nei principali porti è cresciuto del 60-75%, mentre i noli per il trasporto di rottame dalla costa orientale degli Stati Uniti alla Turchia sono aumentati di circa il 50%.

Dopo aver toccato un minimo di 59,93 dollari al barile nel dicembre 2025, il Brent è balzato da 71,32 a 138,21 dollari tra fine febbraio e inizio aprile 2026, segnando un incremento del 93% in meno di un mese e mezzo. Questo shock energetico ha rapidamente alimentato i costi di spedizione, con i noli USA-Turchia passati da circa 30 a oltre 46-48 dollari per tonnellata.

L’aumento dei costi si riflette anche nei prezzi dell’acciaio. Il rottame HMS I/II 80:20 destinato alla Turchia è salito del 12%, passando da 368,50 a 411,50 dollari per tonnellata, mentre il tondo turco esportato negli Stati Uniti è aumentato del 7,5%, raggiungendo 645 dollari per tonnellata.

Secondo gli operatori del settore, non si prevede un ritorno rapido ai livelli precedenti. Anche in caso di riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, il ripristino completo della produzione petrolifera e della logistica potrebbe richiedere da quattro a sei mesi o più. Di conseguenza, noli, carburanti e prezzi dell’acciaio potrebbero restare elevati per tutto il 2026, oltre il 2027 e, in parte, diventare strutturalmente più alti rispetto al periodo prebellico.

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