Lo Statistical Review of World Energy 2026 dell’Energy Institute, realizzato con Ember e con la collaborazione di KPMG e Kearney, evidenzia un sistema energetico ancora diviso fra accelerazione verde e dipendenza fossile. Nel 2025 le emissioni mondiali hanno raggiunto il record di 41 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, contro i 40,7 miliardi del 2024.
L’aumento è stato di circa 331 milioni di tonnellate, pari all’1,1%, sopra la media annua dello 0,9% dell’ultimo decennio. È il quarto record consecutivo, dopo quelli del 2022, 2023 e 2024. La curva globale, insomma, continua a salire anche mentre il mondo celebra gli impianti solari o eolici.
Il punto più interessante è che le rinnovabili non sono affatto ferme. La produzione elettrica mondiale è cresciuta di circa 855 TWh e le rinnovabili hanno aggiunto circa 861 TWh, quindi abbastanza da coprire tutta la crescita della domanda elettrica. Nello stesso tempo, la generazione da carbone è diminuita di circa 59 TWh, quella da gas è salita appena di 22 TWh e quella da petrolio è arretrata.
Il record emissivo non nasce quindi da una semplice corsa delle centrali a carbone. Il conto include anche industria, trasporti, flaring e metano legato all’estrazione, al trasporto e alla distribuzione dei combustibili fossili. La transizione elettrica avanza, ma il resto dell’economia energetica continua a lasciare una traccia molto più pesante di quanto gli annunci sulle nuove capacità rinnovabili suggeriscano.
Il rimbalzo degli Stati Uniti
Il dato più inatteso arriva dal Nord America. La regione ha prodotto il 47,1% dell’aumento globale delle emissioni, pur pesando per il 15,6% sul totale mondiale. La ragione principale è negli Stati Uniti. Le emissioni statunitensi sono salite da 5,1 a 5,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente: circa 147 milioni di tonnellate in più, con una crescita del 3,2%. Il rialzo del 2025 ha quasi cancellato il calo registrato nei due anni precedenti.
Gli Stati Uniti restano sotto il picco emissivo del 2007 e leggermente al di sotto dei livelli del 1990. Ma il 2025 dimostra che i progressi non sono consolidati, perché basta una combinazione di maggiore domanda elettrica e mix produttivo sfavorevole per riportare rapidamente le emissioni verso l’alto. La produzione elettrica chiarisce buona parte del fenomeno. La domanda è aumentata di circa 133 TWh, le rinnovabili hanno fornito quasi 99 TWh in più, ma il carbone è cresciuto di circa 91 TWh, pari a circa il 13%. Il gas naturale è invece sceso di circa 67 TWh, lasciando spazio a una fonte molto più emissiva.
Non è dunque corretto dire che eolico e solare non abbiano funzionato. Hanno aggiunto produzione. Il problema è stato il ritorno del carbone, che ha più che compromesso i benefici della crescita pulita. I data center possono aver contribuito alla nuova domanda, ma ridurre tutto a questo sarebbe una semplificazione: a pesare è stato soprattutto il modo in cui quella domanda è stata soddisfatta.
La Cina frena, ma resta il gigante emissivo
La Cina conserva il suo primato e, nel 2025, ha emesso 12,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, cioè il 30,5% del totale mondiale. Dal 2000, le emissioni cinesi sono aumentate di circa 8,8 miliardi di tonnellate, contribuendo per circa il 61% all’aumento globale di 14,4 miliardi di tonnellate nello stesso periodo.
Eppure il 2025 segna una frenata, dal momento che le emissioni cinesi sono aumentate di appena 4 milioni di tonnellate, un valore quasi trascurabile rispetto alle dimensioni dell’economia e del sistema energetico del paese. Il principale emettitore mondiale è rimasto tale, ma non è stato il principale responsabile dell’aumento annuale globale.
La differenza con gli Stati Uniti emerge chiaramente nella composizione della produzione elettrica. In Cina, la generazione è cresciuta di circa 488 TWh e le rinnovabili hanno aggiunto circa 478 TWh. Il nucleare è aumentato di 34 TWh, l’idroelettrico di 28 TWh e il carbone è diminuito di circa 80 TWh. La crescita della domanda non è scomparsa, ma è stata assorbita in gran parte da fonti non fossili. Questo non trasforma la Cina in un campione climatico, vista la sua enorme base emissiva, ma mostra che le rinnovabili possono incidere davvero quando sostituiscono il carbone invece di limitarsi ad affiancarlo.
India, Africa e nuovo equilibrio globale
L’India ha registrato un rallentamento simile, seppure meno spettacolare. Le emissioni sono passate da 3,26 a 3,28 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, con un incremento di circa 21 milioni di tonnellate. La crescita del 2025 è risultata più contenuta rispetto agli aumenti del 2023 e del 2024.
Nel lungo periodo, tuttavia, il percorso indiano resta espansivo, con una crescita media annua delle emissioni intorno al 3,5% nell’ultimo decennio. La questione non è se l’India crescerà, ma con quali fonti soddisferà la sua domanda energetica. È una domanda che vale per molte economie emergenti e che il dibattito occidentale tende a trattare troppo spesso come un capitolo secondario.
Nel 2025 i paesi non-OCSE hanno rappresentato il 70,5% delle emissioni globali, mentre i paesi OCSE si sono fermati al 29,5%. Nel 1990 le economie OCSE superavano ancora la metà delle emissioni mondiali. Il baricentro energetico si è spostato e con esso si sono spostati i confini della partita climatica.
L’area Asia-Pacifico ha generato il 51,9% delle emissioni globali, ma ha contribuito solo per il 16,7% alla crescita annuale. L’Africa, pur pesando appena per il 4,7% sulle emissioni totali, ha rappresentato il 16,9% dell’aumento mondiale. È il segno di una domanda energetica in espansione da basi ancora basse, non certo di una responsabilità storica paragonabile a quella delle economie industrializzate.
L’Europa è rimasta quasi stabile, mentre l’Unione Europea ha ridotto di nuovo le proprie emissioni. Rispetto al 1990, le emissioni comunitarie risultano inferiori di circa un terzo. È un risultato importante, ma non sufficiente a spostare la curva globale se le altre grandi aree economiche crescono più rapidamente o modificano il proprio mix a favore dei fossili.
La crescita pulita non basta ancora
Lo Statistical Review of World Energy 2026 offre un quadro spiacevole per chi cerca formule rassicuranti. Le rinnovabili stanno crescendo rapidamente e hanno coperto tutta la nuova domanda elettrica mondiale del 2025. Nel contempo i consumi fossili non diminuiscono abbastanza, nei processi industriali, nel metano e nel flaring. La produzione pulita si espande, ma non riesce ancora a sostituire il sistema fossile alla velocità necessaria. In molti casi, si aggiunge a una domanda energetica crescente senza riuscire a ritirare impianti e infrastrutture più inquinanti.
Il confronto tra Cina e Stati Uniti è istruttivo. Pechino ha quasi fermato la crescita delle emissioni grazie a un forte aumento delle fonti non fossili e a un calo della generazione a carbone, mentre Washington ha visto invece risalire le emissioni con il carbone che recupera terreno. Due grandi economie, due mix energetici, due risultati opposti.
Un solo anno non fa una tendenza, né nel caso cinese né in quello statunitense. Ma il record del 2025 conferma che la transizione non si misura solo dalla quantità di pannelli installati. Si misura da quanto rapidamente il sistema economico riesce a smettere di dipendere da carbone, gas, petrolio, metano disperso e processi industriali ad alta intensità emissiva.
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