C’è una regola non scritta nei mercati delle commodity: quando il mondo brucia, i grandi trader contano i soldi. La guerra in Iran non fa eccezione e per alcune delle principali aziende energetiche di trading mondiali, il primo trimestre del 2026 si è già rivelato tra i migliori di sempre.
Vitol Group, il maggiore operatore mondiale nel settore, ha comunicato un utile di circa 2 miliardi di dollari nel solo primo trimestre (Bloomberg). Trafigura ha vissuto due dei trimestri migliori della sua storia nel semestre chiuso a marzo, trascinata non solo dal petrolio ma anche dall’impennata di rame e oro. Gunvor ha già superato nell’arco di tre mesi l’intero risultato del 2025. Mercuria punta a un return on equity tra il 25% e il 50%, il che si traduce in profitti compresi tra 2,3 e 3,2 miliardi di dollari, vicinissimi al record assoluto di 3 miliardi toccato nel 2022.
Quando il Golfo si chiude, i margini si aprono
La chiave di tutto sta nello Stretto di Hormuz. La quasi-chiusura dello stretto ha innescato una corsa globale al petrolio fisico immediatamente disponibile, con i carichi spot che si sono impennati a premi inauditi. Ci sono voci di mercato che parlano di margini fino a 20-30 dollari al barile su alcune operazioni di trading, una cifra surreale in un settore che normalmente misura i guadagni in centesimi per barile.
Come ha riferito il CEO di Gunvor durante la FT Commodities Global Conference di Losanna “il Dubai ha toccato i 160 dollari al barile, il jet fuel ha superato i 200“. In questo contesto, chi aveva la capacità di spostare carichi fisici e riequilibrare mercati regionali ha avuto un vantaggio enorme rispetto a chi operava solo su derivati finanziari.
Al contrario di quanto è avvenuto il altre occasioni, i mercati finanziari vacillano ma i mercati fisici premiano chi ha una flotta, i terminali e i contratti. Non è speculazione finanziaria pura, ma la logistica applicata alla geopolitica.
Triage, perdite e forza maggiore
Il CEO di Vitol, ha usato la parola “triage” per descrivere le prime settimane del conflitto, con una gestione d’emergenza dei flussi energetici e con priorità dettate dall’urgenza e non dalla redditività. Lo stesso Vitol ha registrato perdite nel comparto dei derivati allo scoppio della guerra, quando la volatilità ha colto di sorpresa anche i team più esperti.
I produttori mediorientali hanno dichiarato force majeure su una serie di contratti, lasciando gli acquirenti a mani vuote su forniture già prenotate. Per chi aveva posizioni lunghe su quei flussi, la perdita è stata immediata e concreta.
Nonostante una situazione tanto drammatica e straordinaria, il settore è riuscito a navigare in una tempesta perfetta, ma non per questo si sente al sicuro. L’esito della guerra resta aperto, e i prezzi del petrolio oscillano a ogni dichiarazione sui social media di leader iraniani e americani, una volatilità che nessun modello quantitativo riesce davvero a prezzare.
Il freddo negli USA e i metalli: due bonus inattesi
Va anche considerato che la guerra non è stata l’unico evento che ha influenzato i mercati energetici. All’inizio dell’anno, un’ondata di gelo eccezionale ha colpito gli Stati Uniti, spingendo i future sul gas naturale statunitense a guadagnare oltre il 68% in una sola settimana e creando opportunità straordinarie per chi era in grado di dirottare gas e potenza elettrica verso le aree più esposte. Castleton Commodities International (CCI) è stato tra i principali beneficiari di queste dislocazioni energetiche.
Nel frattempo, il rally di metalli come rame e oro nella seconda metà del 2025 ha gonfiato i bilanci di operatori come Trafigura, attivi anche in quel segmento. I mercati delle materie prime si sono rivelati un sistema di vasi comunicanti, con una crisi energetica in Medio Oriente che alimenta la domanda di beni rifugio, spingendo i metalli preziosi che a loro volta generano profitti nei desk dedicati delle stesse grandi case di trading.
Chi paga il conto?
Mentre i trader contano i soldi, il resto del mondo fa i conti con bollette energetiche alle stelle. Di fatto, per quanto spiacevole possa sembrare, la struttura stessa di questi mercati è fatta per trasferire rischio e liquidità, non per distribuire equamente i benefici. I grandi trader di materie prime guadagnano proprio perché sopportano il rischio che nessun altro vuole e lo fanno con capitale privato, lontano da ogni controllo pubblico.
In tutto questo resta una domanda aperta. Il 2026 supererà il record del 2022? La risposta dipenderà da quanto durerà la guerra in Iran e da quanto si aggraverà la crisi nello Stretto di Hormuz. Le stessa grandi aziende di trading sono caute poiché ritengono sia troppo presto per fare previsioni. Eppure i numeri del primo trimestre parlano già chiaro e chi conosce questo settore sa che la prudenza pubblica dei CEO raramente riflette l’euforia dei soci privati.
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