Dopo Mosca, Washington: adesso Bruxelles si accorge della sua nuova dipendenza energetica

L’Unione Europea torna a interrogarsi sulla sicurezza energetica e sulla necessità di diversificare le forniture di gas naturale. Il commissario europeo all’energia, Dan Jørgensen, ha recentemente confermato contatti con diversi paesi esportatori di GNL, segnalando un crescente disagio nelle capitali europee per la forte esposizione alle forniture statunitensi.

Dopo il 2022, con la rinuncia al gas russo via gasdotto, Bruxelles ha accelerato l’import di gas liquefatto dagli Stati Uniti, considerato allora una soluzione stabile e politicamente affidabile. Oggi la UE rappresenta il principale mercato regionale per il GNL americano, ma i costi elevati e il mutato contesto politico transatlantico hanno incrinato quella percezione di sicurezza.

L’accordo energetico firmato nel 2025 tra Commissione Europea e Washington, che prevede importazioni energetiche fino a 250 miliardi di dollari annui fino al 2027, resta ambizioso ma difficilmente realizzabile in termini fisici. Tuttavia ha consolidato il peso del GNL statunitense nel mix europeo.

La strategia europea sulle emissioni complica ulteriormente la diversificazione. Le nuove regole UE richiedono monitoraggio e tracciabilità delle perdite di metano lungo la filiera del gas. Stati Uniti e Qatar, tra i principali esportatori globali di GNL, hanno già indicato scarso interesse ad adeguarsi. Questo rischia di limitare l’accesso europeo alle principali fonti mondiali o di aumentarne i costi.

Con il progressivo stop al gas russo e l’assenza di fornitori alternativi comparabili agli USA, l’Europa resta esposta a prezzi elevati e a margini negoziali ridotti. Senza un riequilibrio tra obiettivi climatici, geopolitica e competitività industriale, la diversificazione energetica europea rischia di restare più un obiettivo politico che una soluzione operativa.

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