Negli ultimi anni si è consolidata una strategia sistemica con cui la Cina sta ridefinendo gli equilibri globali delle materie prime critiche.
Secondo un recente studio pubblicato dal Climate Energy Finance (CEF), investimenti cinesi superiori ai 120 miliardi di dollari nell’estrazione e nella lavorazione primaria all’estero, avviati dal 2023, rappresentano solo la punta dell’iceberg di un disegno industriale più ampio.
Il focus su litio, rame, nichel, terre rare e bauxite non è casuale visto che questi materiali sono i pilastri della transizione energetica, indispensabili per mobilità elettrica, rinnovabili e decarbonizzazione industriale. In questo contesto, prende forma un modello che gli analisti definiscono “green energy statecraft”, ovvero una politica industriale che integra sicurezza delle risorse e leadership tecnologica.
Integrazione verticale: il vero vantaggio competitivo
Secondo il report del CEF, il vero punto di forza della strategia cinese risiede nella capacità di controllare l’intera catena del valore. Non si tratta solo di accedere alle risorse, ma di dominarne trasformazione e utilizzo finale.
Dal 2023, oltre 220 miliardi di dollari sono stati destinati ai segmenti downstream: batterie, veicoli elettrici, reti elettriche e infrastrutture rinnovabili. Questo crea un ecosistema industriale integrato che riduce la dipendenza da fornitori esterni e consolida una posizione centrale nell’economia a basse emissioni.
I numeri confermano questa leadership con la Cina che detiene circa il 90% della raffinazione delle terre rare, il 60% del litio e oltre il 70% del cobalto, oltre a una quota dominante nei materiali per batterie.
Africa e Sud globale: da periferia a snodo strategico
Le aree ricche di risorse stanno diventando il fulcro della nuova espansione industriale cinese. In Africa, America Latina e Sud-est asiatico si concentra una parte significativa degli investimenti.
Nella Repubblica Democratica del Congo, le aziende cinesi hanno rafforzato la presenza nel rame e nel cobalto; in Indonesia, hanno contribuito a trasformare il paese in leader globale del nichel. Allo stesso modo, lo Zimbabwe emerge come nuovo polo del litio.
Il modello operativo, tuttavia, sta evolvendo e, rispetto al passato, si punta sempre più su partnership con i governi locali, con sviluppo di infrastrutture e capacità industriali in loco. Questo approccio favorisce una maggiore creazione di valore nei paesi ospitanti e riduce le critiche legate a pratiche estrattive sbilanciate.
Controllo delle filiere e nuove tensioni geopolitiche
Il consolidamento del controllo lungo tutta la supply chain conferisce a Pechino un’influenza crescente su prezzi, disponibilità e tecnologie. Questa posizione dominante genera inevitabili preoccupazioni tra governi e operatori occidentali.
In risposta, si stanno moltiplicando iniziative per diversificare le fonti e ricostruire capacità industriali autonome, come il partenariato guidato dagli Stati Uniti e le politiche europee sulle materie prime critiche. Tuttavia, colmare il gap con la Cina richiederà tempo e risorse considerevoli.
Opportunità e rischi per gli operatori del settore
Il modello cinese offre al tempo stesso un’accelerazione dello sviluppo e una potenziale dipendenza sistemica. Per molti paesi emergenti, l’accesso a capitali, tecnologie e infrastrutture rappresenta un’opportunità senza precedenti per industrializzarsi rapidamente.
D’altro canto, la concentrazione del potere lungo le filiere strategiche introduce rischi legati alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla stabilità geopolitica. Per gli operatori del settore, diventa quindi essenziale adottare strategie flessibili, diversificare le partnership e monitorare attentamente l’evoluzione delle politiche industriali globali.
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