Zinco ai massimi da tre anni e mezzo, tra rally record e surplus alle porte
Lo zinco è ai massimi da oltre tre anni e mezzo. Dietro il rally ci sono scorte in calo, treatment charges bassi e miniere in difficoltà.
Lo zinco è ai massimi da oltre tre anni e mezzo. Dietro il rally ci sono scorte in calo, treatment charges bassi e miniere in difficoltà.
Le scorte LME di rame sono vicine ai massimi dal 2013, ma il metallo disponibile si assottiglia rapidamente. Spostamento massiccio verso gli Stati Uniti in attesa di dazi che non sono ancora arrivati.
Il rame tratta vicino ai 14.000 dollari alla tonnellata e le grandi banche alzano i target: Goldman Sachs a 13.735 dollari, Citigroup fino a 15.000 dollari entro un anno.
I prezzi dell’alluminio corrono perché la crisi nel Golfo ha colpito la filiera nel suo punto più sensibile: la disponibilità immediata.
La minaccia di nuovi dazi americani sul rame raffinato ha riacceso il trading speculativo verso gli USA, con lo spread Comex/LME tornato oltre i 500 dollari per tonnellata.
Prezzi del rame vicino ai massimi, mentre il mercato scommette su una tregua nel Medio Oriente e sulla domanda elettrica legata all’AI. Ma sotto la superficie la vera questione è un’altra: la catena di approvvigionamento non è affatto tornata normale e i prezzi non ne riflettono ancora fino in fondo la portata strutturale.
Il conflitto nel Golfo ha prodotto uno shock strutturale sull’offerta di alluminio che i prezzi LME non riflettono ancora pienamente. Scorte in esaurimento, premi fisici ai massimi da un decennio e perdita di 2,4 milioni di tonnellate di produzione occidentale segnalano un cambio di regime che il mercato finanziario non ha ancora digerito.
Gli hedge fund trascinano le scommesse rialziste sul rame ai massimi da venti settimane, mentre il COMEX segna un nuovo record storico.
Le raffinerie di rame, oltre a quelle di alluminio e nichel, segnalano una frattura strutturale tra la narrazione politica del reshoring occidentale e la realtà degli investimenti industriali.
Analisi del mercato dell’alluminio tra crisi del Golfo, sanzioni, energia e tre possibili scenari che ridisegnano supply chain e prezzi globali
Il rame resta vicino ai massimi storici nonostante la crisi nello Stretto di Hormuz. A sostenere il mercato sono soprattutto la domanda della Cina e i timori per l’offerta dal Perù.
Il conflitto tra USA, Israele e Iran hanno devastato la produzione di alluminio del Golfo Persico, gonfiato i prezzi a Londra e aperto una finestra d’oro per i produttori e trasformatori cinesi.
Secondo la World Bank, energia, fertilizzanti e sicurezza alimentare globale sono sotto pressione, con 45 milioni di persone a rischio insicurezza alimentare acuta se il petrolio supera i 100 dollari.
Il rimbalzo del nichel (+27% nel 2026) porta sollievo ai grandi produttori, ma la crisi di approvvigionamento dello zolfo mette sotto pressione gli impianti indonesiani.
Il rame resta sostenuto nonostante il rallentamento macro: scorte in aumento ma scarsità strutturale, colli di bottiglia nella raffinazione e costi minerari crescenti ridefiniscono il mercato.
La guerra in Iran ha creato due mercati dei metalli che operano su logiche opposte: l’alluminio è ancorato a vincoli fisici reali, il rame a posizionamenti speculativi. Capire la differenza è essenziale per chi opera nel settore.
La distribuzione globale del rame mostra una forte concentrazione geografica e una crescente distanza tra disponibilità teorica e accessibilità reale, in un contesto segnato dalla transizione energetica.
La crisi geopolitica nel Golfo sta scatenando un deficit storico nel mercato dell’alluminio. Con prezzi ai massimi da quattro anni e scorte globali insufficienti, gli analisti avvertono che per l’industria manifatturiera occidentale potrebbe essere l’inizio di una paralisi prolungata.
Il rame resta sopra i 13.400 dollari spinto da tensioni geopolitiche e carenze di acido solforico. La Cina stringe l’offerta mentre Congo e Cile rischiano tagli produttivi. Il mercato guarda già a quota 15.000 dollari.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha innescato una crisi globale dello zolfo che colpisce direttamente la produzione di rame in Congo e Cile e di nichel in Indonesia. Con i costi in impennata e le scorte in esaurimento, la competizione con il settore agricolo rende il problema strutturale, indipendentemente dall’esito del cessate il fuoco.
Un’analisi sui nuovi equilibri del rame, con prezzi vicini ai massimi storici che nascondono il crollo senza precedenti dei margini di raffinazione e un mercato ostaggio della geopolitica e del monopolio asiatico.
La crisi geopolitica in Medio Oriente sta innescando un profondo deficit nel mercato dell’alluminio, con prezzi proiettati verso i 3.800 dollari a tonnellata, mentre l’offerta di allumina resta in apparente equilibrio.
Il mercato dell’alluminio non è trainato dalla carenza attuale, ma dalla paura di quella futura: premi in rialzo, scorte strategiche e supply chain rigide stanno ridisegnando le regole del gioco.
Emirates Global Aluminium ha invocato la clausola di “forza maggiore” su alcune forniture, mentre l’alluminio sale a 3.498 dollari. Sullo sfondo, la chiusura dello Stretto di Hormuz minaccia una cascata di tagli produttivi nel Golfo.
Nuovo report sui rottami di rame di Persistence Market Research: opportunità, limiti e implicazioni geopolitiche nel nuovo ciclo di una delle materie prime più importanti.
La guerra nel Golfo ha messo in crisi il mercato globale dell’alluminio, tra interruzioni logistiche, dazi e aggiustamenti industriali che rivelano fragilità strutturali.
Il rame perde slancio sotto il peso della crisi energetica e del conflitto in Medio Oriente. Secondo Goldman Sachs, tra domanda in rallentamento, prezzi sopra il fair value e rischio Hormuz, il mercato torna vulnerabile.
La guerra sta ridisegnando i mercati: l’alluminio vola per carenza di offerta, il rame rischia il surplus per una domanda debole.
I produttori globali di alluminio si trovano ad affrontare crescenti incertezze in merito all’approvvigionamento energetico.
Il premio europeo dell’alluminio vola, spinto da tensioni geopolitiche, rincari energetici e vincoli logistici. L’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni, affronta un aumento strutturale dei costi destinato a ridefinire gli equilibri del mercato.