Rame, la Cina si aggrappa ai rottami mentre il concentrato sparisce
Il crescente utilizzo di rottame di rame nelle raffinerie cinesi è la risposta a una stretta sul concentrato che ha portato i TC/RC a minimi record.
Il crescente utilizzo di rottame di rame nelle raffinerie cinesi è la risposta a una stretta sul concentrato che ha portato i TC/RC a minimi record.
Il rame segna nuovi massimi tra corsa alle importazioni statunitensi, attese sui dazi e una filiera globale sotto pressione.
I prezzi del rame tornano vicini al record di giugno, spinti da una stretta fisica del mercato e dalla FED che lascia i tassi fermi.
Le tempeste nel nord del Cile hanno fermato o rallentato diverse miniere di rame, da Caserones a Los Pelambres e El Teniente. L’impatto appare temporaneo, ma mette a nudo un mercato già esposto a minori gradi minerari, difficoltà idriche e tempi lunghi per sviluppare nuova offerta.
Le scorte di alluminio del LME sono scese a 271.275 tonnellate, minimo dal 1998 e volume inferiore a una giornata di consumo globale. Il dato pesa ancora di più perché il metallo disponibile è in larga parte russo, mentre le tensioni nel Golfo e nello Stretto di Hormuz espongono la filiera a rischi concreti.
Il rame corre grazie alla stretta del mercato fisico in Cina, al calo delle scorte sulle borse e alle difficoltà delle fonderie. Il forte premio tra COMEX e LME riflette inoltre l’attesa per possibili dazi statunitensi sul rame raffinato.
La corsa globale ai minerali critici spinge molti paesi produttori a puntare sulla raffinazione locale per catturare più valore e ridurre la dipendenza dalla Cina.
La guerra in Iran ha innescato un deficit improvviso di alluminio, spingendo Europa e Stati Uniti a riaccendere smelter dati per morti.
Le scorte di piombo sul LME toccano il massimo storico dal 1970 dopo due consegne record di Trafigura a Singapore. Dietro l’ondata di metallo si nasconde un gioco di incentivi di magazzino, mentre i prezzi scivolano verso i minimi dal 2022.
Il rame corre, sostenuto da flussi legati ai possibili dazi statunitensi e dal momentum finanziario. Ma Macquarie rileva scorte ai massimi, domanda debole e surplus rilevanti fino al 2028. La tensione sui prezzi non coincide ancora con una reale penuria fisica.
La crisi tra Stati Uniti e Iran riporta Hormuz al centro del mercato dell’alluminio: premi guerra verso il 3%, produzione GCC fragile e logistica dell’allumina più costosa.
Cresce la sostituzione del rame con l’alluminio in settori a basso valore tecnico. Mentre AI e motori EV restano fedeli al rame, il deficit strutturale previsto fino al 2040 suggerisce che la sostituzione è una valvola di sicurezza, non una minaccia esistenziale per il metallo rosso.
Il conflitto nello Stretto di Hormuz si sgonfia sui mercati, ma il rame resta sotto pressione per la minaccia dei dazi USA.
I prezzi del rame sono arretrati a giugno, ma Goldman Sachs alza le stime 2026-2027 fino a 13.800 dollari per tonnellata.
L’alluminio ha registrato a giugno la peggiore flessione mensile dal 2008, travolto dal ritorno delle forniture mediorientali, dall’aumento delle esportazioni cinesi e da una cornice macro sfavorevole segnata da dollaro forte e politica monetaria restrittiva.
Il prezzo del rame resta vicino ai massimi storici, ma le fonderie attraversano una crisi senza precedenti. Le commissioni di lavorazione sono crollate fino a zero e la redditività dipende ormai da oro, argento e acido solforico.
Secondo il Financial Times, la UE si prepara a introdurre il primo dazio nella sua storia sulle esportazioni. Ne saranno colpiti i rottami di alluminio.
La guerra tra Iran e USA ha provocato uno dei più gravi shock di offerta mai registrati nel mercato dell’alluminio. Tuttavia, il temuto collasso dell’offerta non si è verificato.
Il mercato dell’alluminio oscilla adesso tra l’eccesso di offerta cinese e il lento ritorno delle fonderie mediorientali.
Il rame si conferma il metallo simbolo della transizione energetica e dell’intelligenza artificiale. Citigroup vede quotazioni a 15.000 dollari per tonnellata grazie a una domanda strutturalmente forte e a un’offerta che fatica a crescere.
La guerra in Medio Oriente sta ridisegnando il mercato dell’alluminio. Primario sotto pressione e rottame decisivo per la sicurezza industriale.
La crisi energetica europea ha dimezzato la produzione di alluminio nella regione e fatto schizzare i premi ai livelli del 2022. Ma la domanda flette e la backwardation cresce.
Lo zinco è ai massimi da oltre tre anni e mezzo. Dietro il rally ci sono scorte in calo, treatment charges bassi e miniere in difficoltà.
Le scorte LME di rame sono vicine ai massimi dal 2013, ma il metallo disponibile si assottiglia rapidamente. Spostamento massiccio verso gli Stati Uniti in attesa di dazi che non sono ancora arrivati.
Il rame tratta vicino ai 14.000 dollari alla tonnellata e le grandi banche alzano i target: Goldman Sachs a 13.735 dollari, Citigroup fino a 15.000 dollari entro un anno.
I prezzi dell’alluminio corrono perché la crisi nel Golfo ha colpito la filiera nel suo punto più sensibile: la disponibilità immediata.
La minaccia di nuovi dazi americani sul rame raffinato ha riacceso il trading speculativo verso gli USA, con lo spread Comex/LME tornato oltre i 500 dollari per tonnellata.
Prezzi del rame vicino ai massimi, mentre il mercato scommette su una tregua nel Medio Oriente e sulla domanda elettrica legata all’AI. Ma sotto la superficie la vera questione è un’altra: la catena di approvvigionamento non è affatto tornata normale e i prezzi non ne riflettono ancora fino in fondo la portata strutturale.
Il conflitto nel Golfo ha prodotto uno shock strutturale sull’offerta di alluminio che i prezzi LME non riflettono ancora pienamente. Scorte in esaurimento, premi fisici ai massimi da un decennio e perdita di 2,4 milioni di tonnellate di produzione occidentale segnalano un cambio di regime che il mercato finanziario non ha ancora digerito.
Gli hedge fund trascinano le scommesse rialziste sul rame ai massimi da venti settimane, mentre il COMEX segna un nuovo record storico.