L’Europa tende a spiegare le proprie difficoltà economiche guardando all’esterno. Concorrenza globale, tensioni geopolitiche, importazioni a basso costo.
Il racconto dominante individua spesso fuori dai confini dell’Unione le cause della crescita debole e delle fragilità industriali. Eppure, un’analisi più attenta mostra come molti dei problemi che frenano l’economia europea siano generati all’interno del suo stesso perimetro.
Un mercato unico che unico non è
Il mercato unico europeo è formalmente uno dei pilastri dell’Unione, ma nella pratica continua a essere frammentato. Barriere normative, differenze amministrative, ostacoli culturali e preferenze dei consumatori creano frizioni che limitano la libera circolazione di beni e servizi. Queste rigidità producono costi economici rilevanti, paragonabili a veri e propri dazi, pur non essendo imposte doganali nel senso classico.
Secondo stime basate su analisi economiche recenti, tali frizioni equivalgono a un dazio implicito pari a circa il 65% per i beni e addirittura al 100% per i servizi. Non si tratta di dazi espliciti, ma di perdite di efficienza legate a ostacoli politici, strutturali e culturali che rendono complesso e costoso operare su scala europea.
Prosperità costruita più sull’export che sul mercato interno
Uno degli aspetti più critici del modello europeo è la forte dipendenza dalle esportazioni. La crescita e la prosperità dell’Unione non si sono sviluppate principalmente grazie alla domanda interna, ma attraverso l’accesso ai mercati esteri. Questa impostazione emerge chiaramente anche nelle scelte di investimento: una quota significativa dei capitali europei viene allocata fuori dall’Europa, in particolare negli Stati Uniti.
Circa il 10% degli investimenti azionari europei, pari a circa 6.500 miliardi di euro, è oggi investito in titoli statunitensi. Questo dato evidenzia come una parte rilevante della ricchezza europea sia legata all’andamento dell’economia americana, rafforzando una dipendenza strutturale che espone l’Europa a rischi esterni.
Il paradosso delle importazioni come capro espiatorio
Di fronte alle difficoltà del mercato interno, il dibattito politico europeo tende spesso a spostare l’attenzione sulle importazioni, dipinte come una minaccia per l’industria e l’occupazione. Tuttavia, l’Unione Europea non dispone di un mercato interno omogeneo paragonabile a quello statunitense, e questo rende gli effetti delle politiche commerciali molto diversi.
Le differenze economiche e salariali all’interno della UE sono profonde. Il confronto è emblematico: mentre negli Stati Uniti il reddito pro capite dello stato più povero, il Mississippi, è solo marginalmente inferiore a quello degli stati più ricchi, in Europa il salario medio mensile lordo in Bulgaria, pari a 617 euro, rappresenta appena il 12% di quello danese, che supera i 5.000 euro. In un contesto così diseguale, l’imposizione di dazi alle frontiere esterne colpisce in modo sproporzionato industrie, consumatori e potere d’acquisto dei cittadini europei.
Dazi e costi nascosti per industria e consumatori
I dazi sulle importazioni, inclusi quelle applicati a settori come l’acciaio o quelli legate ai meccanismi di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), hanno effetti che vanno oltre la protezione di alcuni comparti. Esse tendono a tradursi in un aumento dei prezzi lungo tutta la filiera, con ricadute sia sul mercato interno sia sulla competitività delle esportazioni europee.
Esperienze consolidate mostrano come misure di questo tipo possano generare aumenti significativi dei prezzi al consumo. In un’economia già caratterizzata da un’elevata dipendenza dall’export, l’aumento dei costi di produzione rischia di indebolire ulteriormente la posizione delle imprese europee sui mercati internazionali.
Un problema interno, non esterno
L’Europa, in realtà, non soffre di un problema di importazioni. Il nodo centrale risiede nella difficoltà di far funzionare pienamente il proprio mercato interno. Vendere beni e servizi all’interno dell’Unione è spesso più complesso che esportarli fuori dai confini europei, a causa di regolamentazioni stratificate e non armonizzate.
Le leve politiche per stimolare la domanda interna e rafforzare il mercato unico esistono, ma vengono utilizzate in modo insufficiente. Piuttosto che affrontare queste criticità strutturali, il dibattito pubblico tende a concentrarsi su presunti nemici esterni, rinviando riforme che potrebbero rilanciare la crescita dall’interno.
Per quanto possa sembrare che questa analisi critica provenga da ambienti euroscettici o ostili all’integrazione europea, è la stessa presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde, ad aver descritto recentemente con chiarezza come molti dei problemi economici dell’Unione siano in larga misura autoindotti.
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