Il problema dei lubrificanti europei comincia fuori dalle raffinerie, con fabbriche che producono meno e una concorrenza asiatica che accorcia le distanze tecnologiche. Al congresso Union of the European Lubricants Industry (UEIL), il presidente Mattia Adani ha indicato questi due fronti come le principali sfide del settore. La deindustrializzazione indebolisce la domanda, mentre il vantaggio tecnico europeo diventa sempre meno significativo.
L’Europa rappresenta il 16% del mercato mondiale dei lubrificanti. È una quota importante, ma insufficiente per dettare da sola le condizioni del settore. E soprattutto non mette al riparo dall’erosione della base industriale visto che avere un mercato di peso serve a poco se gli impianti che ne alimentano i consumi perdono terreno.
La domanda segue le fabbriche, non le dichiarazioni dei politici
Secondo Adani, il declino industriale europeo prosegue da trent’anni. La produzione di Francia, Germania e Italia resta sotto i livelli del 2018, evidenziando come non si tratti di un problema congiunturale. Per chi vende lubrificanti all’industria, la debolezza produttiva riguarda direttamente il mercato di sbocco.
La manifattura vale il 14% dell’occupazione europea e il 14% del prodotto interno lordo. Nel 1995, la sua quota dell’economia era il 18%. La perdita di quattro punti percentuali misura il ridimensionamento relativo di un comparto dal quale dipende una parte della domanda di lubrificanti. Il settore può affinare prodotti e strategie commerciali, ma non può sostituirsi alle fabbriche che dovrebbero utilizzarli.
A questa pressione si aggiunge il restringimento del divario tecnologico con il resto del mondo, soprattutto con l’Asia, e l’ascesa della Cina. Nel quadro che emerge dal congresso UEIL, l’Europa e il mondo occidentale stanno perdendo il vantaggio mantenuto negli ultimi due secoli. Evidentemente, la leadership tecnologica non è una rendita garantita dalla storia.
Per l’industria europea dei lubrificanti, i due fenomeni si intrecciano. Una base manifatturiera più debole limita la domanda, mentre concorrenti tecnologicamente più avanzati rendono meno rassicurante l’idea di compensare tutto con la superiorità dei prodotti. La qualità rimane centrale, ma confidare soltanto nel distacco dagli altri significa affidarsi a un margine che si sta assottigliando.
Oli del Gruppo I: meno capacità, prezzi più esposti
Sul versante dell’offerta, il ridimensionamento ha già dimensioni rilevanti. Adani stima che nell’ultimo decennio sia stato chiuso il 55% della capacità produttiva europea di oli base del Gruppo I, nell’ambito delle razionalizzazioni delle raffinerie.
Gli oli base del Gruppo I trovano impiego prevalentemente nelle applicazioni industriali. Si collocano quindi proprio nel segmento sul quale pesa l’arretramento manifatturiero. Eppure una domanda indebolita non basta a garantire prezzi tranquilli, dal momento che le chiusure di molti impianti hanno reso le quotazioni spot più sensibili agli shock dell’offerta.
Per gli operatori occorre tenere separati il trend dei consumi e la disponibilità di prodotto, visto che il primo risente della debolezza industriale, la seconda può subire contraccolpi in un sistema con meno capacità produttiva. Un mercato che perde terreno può comunque diventare più instabile sul fronte degli approvvigionamenti.
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