Il carbone torna conveniente proprio mentre i cittadini europei credono di averlo abbandonato. Con il gas salito sopra 80 euro per megawattora, produrre elettricità nelle centrali a carbone costa meno che negli impianti alimentati a gas. Per governi e operatori alle prese con un altro inverno difficile, il combustibile da abbandonare diventa così una soluzione da recuperare.
Non è una svolta nata da una nuova strategia industriale, ma una risposta all’emergenza, l’ennesima, mentre la crescita delle rinnovabili convive con una dipendenza ancora pesante dal gas naturale liquefatto, il GNL importato. Cambiare fornitore o modalità di approvvigionamento, evidentemente, non basta a mettere al riparo il sistema energetico dalle crisi internazionali.
La terza crisi e le promesse dimenticate
La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata nei primi mesi dell’anno, ha provocato interruzioni nei flussi commerciali interessando un quinto degli scambi mondiali di petrolio e gas. A circa sei mesi dall’inizio del conflitto e dalla prima chiusura dello Stretto di Hormuz, le conseguenze continuano a pesare sull’energia europea.
Il continente si è ritrovato nella terza crisi energetica in quattro anni. Un livello che sposta le scelte di produzione e riporta il prezzo dell’elettricità al centro delle preoccupazioni politiche. Alla BBC, un diplomatico europeo rimasto anonimo ha descritto la frustrazione di chi vede ripetersi lo stesso copione: impegni a imparare dagli errori, poi governi assorbiti dall’urgenza dei prezzi e dal timore degli elettori. La competitività di lungo periodo torna in secondo piano, mentre si cercano rimedi immediati.
Il carbone torna utile, ma manca capacità
La nuova convenienza del carbone sta spingendo diversi paesi europei a utilizzarlo maggiormente, soprattutto la Germania, maggiore economia dell’Unione europea. Il conto economico favorisce gli impianti rimasti in funzione e quando il gas diventa troppo caro il carbone diventa una necessità.
E potrebbe non trattarsi di una parentesi breve. Secondo Reuters, il carbone dovrebbe restare più conveniente del gas per la generazione elettrica durante il prossimo anno e potenzialmente fino a marzo 2028. I prezzi del gas sulle scadenze più lontane indicano che gli operatori si aspettano vincoli di offerta persistenti.
In queste condizioni esiste però un limite rappresentato dal fatto che le centrali disponibili sono diminuite. Le politiche di riduzione e abbandono del carbone hanno ristretto la capacità europea di tornare a questo combustibile. Secondo i dati Eurostat, nel 1990 il carbone forniva oltre un terzo dell’elettricità della UE, ma nel 2025 la quota era scesa al 9,2%.
In Asia la direzione è diversa
Fuori dall’Europa, il carbone conserva una posizione ben più solida e rimane la principale fonte mondiale di produzione elettrica. Diverse economie emergenti continuano ad ampliare gli impianti, con una crescita particolarmente marcata nelle Filippine, in Indonesia e in altri paesi asiatici in rapido sviluppo.
L’Asia è anche la regione che ha subito maggiormente gli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz. In questo contesto, prezzo e disponibilità del carbone ne rafforzano l’attrattiva per i paesi che devono sostenere la crescita economica. La sicurezza energetica assume così forme diverse: in Europa si sfrutta più intensamente una capacità ridotta; altrove se ne costruisce di nuova.
Il costo climatico resta pesante. Le considerazioni di partenza attribuiscono al carbone circa il 40% delle emissioni globali di gas serra, indicandolo come il maggiore motore del riscaldamento globale.
Le rinnovabili diventano sicurezza energetica
Il recupero del carbone procede insieme a una forte espansione delle energie pulite. Le due tendenze sembrano convivere al di là degli approcci ideologici alle questioni energetiche.
Inoltre, nel nuovo contesto globale il significato delle rinnovabili sta cambiando. Non soltanto strumenti climatici, ma produzione interna meno esposta alle pressioni esterne dal momento che vento e sole non possono essere sottoposti a embargo o interrotti da una potenza straniera.
Per l’Europa, la questione centrale è quanta elettricità riuscirà a produrre senza dipendere da forniture che un conflitto può compromettere. Intanto, il gas caro restituisce spazio al carbone e le centrali rimaste raccolgono il beneficio. Le promesse dei politici di uscita dai combustibili fossili restano una pia illusione, mentre le decisioni su quale energia produrre si prendono con i prezzi di oggi.
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