Il gas nei depositi è poco, i combustibili costano sempre di più e la guerra in Iran continua a condizionare le rotte energetiche. Per l’Europa, l’inverno si annuncia difficile soprattutto sul fronte dei prezzi. Le rassicurazioni sulla continuità delle forniture non cancellano il problema, dal momento che avere energia disponibile e potersela permettere sono due condizioni diverse, per una famiglia come per una fabbrica.
Secondo lo European Union Institute for Security Studies (EUISS), l’Unione europea avrebbe già speso quest’anno 100 miliardi di euro aggiuntivi per petrolio e gas. Dal 2022, il conto supplementare dell’energia ha superato i 900 miliardi, nonostante la domanda complessiva sia diminuita. Consumare meno, dunque, non è bastato a contenere la fattura. Una constatazione poco confortante per i politici europei, chiamati ancora una volta a cercare strumenti per attenuare il rincaro dei combustibili.
Le rassicurazioni di Bruxelles e il problema delle scorte
Dallo scoppio della guerra contro l’Iran guidata da Stati Uniti e Israele, il prezzo del gas naturale in Europa è più che raddoppiato. Il prossimo inverno potrebbe risultare il più impegnativo, per approvvigionamenti e costi, dall’inizio della guerra della Russia–Ucraina e dalle successive sanzioni sull’energia russa.
Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, ha avvertito che i mesi invernali potrebbero essere difficili, con petrolio e gas a prezzi “molto elevati“, pur escludendo problemi attesi di approvvigionamento. Ha anche proposto di rinviare l’introduzione delle regole sulle emissioni di metano associate alle importazioni energetiche, per alleggerire la pressione sul mercato.
A rendere meno rassicurante il quadro sono i depositi. A settembre, gli stoccaggi europei erano pieni per circa il 67%, contro una media stagionale intorno all’80%, il livello più basso dal 2022. La Germania, che dispone della maggiore capacità di stoccaggio europea, aveva riserve all’incirca a metà e dovrebbe mancare l’obiettivo ufficiale dell’80% previsto per quest’anno.
Le scorte ridotte non dimostrano, da sole, che mancherà gas. Lasciano però meno margine per assorbire un aumento dei consumi o nuove interruzioni delle forniture. La Commissione Europea invita così a contenere la domanda durante tutto l’anno, una richiesta che arriva dopo una contrazione dei consumi già insufficiente a fermare l’aumento dei costi.
Hormuz continua a dettare il prezzo
Le restrizioni al commercio energetico attraverso lo Stretto di Hormuz restano uno dei principali fattori di tensione. Nel confronto riportato tra il 25 settembre 2025 e il 2026, il petrolio è rincarato del 65%, il gasolio del 45% e il carburante per aerei del 112%. Aumenti molto diversi, che mostrano quanto la pressione si distribuisca in modo diseguale tra i combustibili e i settori che li utilizzano.
Non si intravede una conclusione della guerra in Iran. Restano esposte le spedizioni attraverso Hormuz e le infrastrutture energetiche del Medio Oriente, mentre gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso e contro gli oleodotti continuano a preoccupare. Le limitazioni al commercio petrolifero mondiale potrebbero quindi protrarsi ben dentro il 2027.
A questa incertezza si aggiunge quella meteorologica. Il ciclo di El Niño potrebbe rendere meno prevedibile l’andamento del meteo, complicando le valutazioni sulla domanda di gas. Non equivale a una previsione certa di freddo intenso ma significa, piuttosto, affrontare la stagione dei consumi elevati con un’ulteriore variabile difficile da governare.
Gli Stati Uniti puntano ad aumentare la produzione di petrolio e gas, ma il loro contributo può colmare soltanto una parte del vuoto. Per gli operatori europei, affidarsi maggiormente alle forniture americane è una prima risposta, non una soluzione completa.
Navi più disponibili ma energia ancora cara
Sul trasporto marittimo emerge almeno un elemento distensivo. I noli nell’Atlantico e nel Pacifico sono tornati ai livelli precedenti alla guerra in Iran. Una quota maggiore dei carichi americani viene indirizzata verso l’Europa anziché verso l’Asia, con la conseguenza che viaggi più brevi liberano prima le navi e aumentano la disponibilità di trasporto.
Gli analisti di trasporto marittimo prevedono che il peso crescente degli scambi atlantici e la maggiore disponibilità immediata di navi continueranno a comprimere i noli. Il deficit stagionale degli stoccaggi dovrebbe mantenere l’Europa come principale destinazione dei carichi aggiuntivi americani di GNL all’inizio del quarto trimestre 2026.
Nel frattempo, le flotte si stanno ampliando e, nei primi sette mesi di quest0anno, sono state consegnate circa 55 nuove navi, con altre 40-45 attese entro dicembre.
Per l’industria il rischio è fermarsi
Nelle fabbriche, il rincaro dei combustibili si traduce in maggiori costi operativi. Le imprese che possono trasferirli sui listini alimentano nuovi aumenti per i clienti finali. Quelle che non riescono a procurarsi energia sufficiente, o a pagarla, rischiano invece sospensioni produttive e tagli all’occupazione.
Nel Regno Unito, una previsione dell’Item Club indica fino a 163.000 posti di lavoro a rischio nel 2026 in relazione alla guerra, soprattutto nelle aree a forte presenza manifatturiera, come il Galles meridionale e la regione dell’Humber.
Tra i maggiori consumatori europei di gas, il Regno Unito dispone di una capacità di stoccaggio interna particolarmente limitata e dipende fortemente dalle importazioni via gasdotto dall’Europa e dalle navi provenienti da Stati Uniti e Medio Oriente. Secondo Centrica, proprietaria di British Gas, il paese aveva ad agosto “quasi nessun gas in deposito” per l’inverno.
In Europa, per famiglie e imprese, il punto sarà quanto consumo ridurre e a quale costo. Un eventuale intervento dei governi e della Commissione Europea dovrà confrontarsi con scelte molto concrete e poco ideologiche su come contenere le bollette, garantire l’accesso alle forniture essenziali e limitare le fermate o le chiusure di stabilimenti e interi comparti industriali..
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