Stretto di Hormuz, traffici ancora al palo e supply chain sotto stress

I transiti marittimi attraverso lo Stretto di Hormuz continuano ad essere compromessi, nonostante i segnali di un possibile avvicinamento tra Iran e Oman a un accordo per riaprire il cruciale corridoio energetico. I mercati hanno iniziato a scontare un possibile ritorno alla normalità, con il Brent vicino agli 85 dollari al barile.

Tuttavia, una possibile ripresa della navigazione non significherebbe necessariamente un immediato ritorno alla normalità per il commercio globale. Le tensioni sulle catene di approvvigionamento restano infatti vicine ai livelli più elevati dalla pandemia, mentre gli effetti delle interruzioni potrebbero protrarsi per mesi anche nel caso di una rapida riapertura dello Stretto.

A evidenziare la persistente fragilità del sistema logistico globale è il Global Supply Chain Stress Index elaborato da UBS, che monitora 23 diverse componenti della catena di approvvigionamento. Secondo Pierre Lafourcade, senior international economist della banca, le pressioni si sono leggermente attenuate a luglio, ma gli effetti della crisi di Hormuz continuano a pesare sulle reti globali di trasporto.

Una eventuale riapertura dello Stretto sarebbe solo il primo passo verso la normalizzazione. Navi, compagnie assicurative, operatori logistici e fornitori potrebbero infatti aver bisogno di tempo per ripristinare rotte, capacità e flussi commerciali.

Per i mercati energetici e industriali, il rischio non è dunque soltanto legato alla durata della chiusura di Hormuz, ma anche alla persistenza degli effetti logistici e dei costi di trasporto una volta superata la crisi.

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