L’Europa torna a fare i conti con un’inflazione in accelerazione, spinta soprattutto dal nuovo shock energetico legato all’aumento dei prezzi del petrolio e dei carburanti. Il fenomeno è particolarmente evidente in alcune delle principali economie dell’area euro e mette la BCE di fronte a un delicato equilibrio tra lotta all’inflazione e sostegno a un’economia già sotto pressione.
In Spagna, l’inflazione armonizzata è salita al 5,0% a settembre, dal 4,6% di agosto, raggiungendo il livello più alto degli ultimi anni. Secondo l’INE, tra i principali responsabili ci sono i prezzi dei carburanti e dei lubrificanti. L’inflazione core, tuttavia, è rimasta molto più contenuta, al 3,1%.
Ancora più significativo il caso dell’Italia, dove l’inflazione generale è passata dal 3,3% al 4,2%. I prezzi dell’energia regolamentata sono aumentati del 25,9% su base annua, mentre quelli dell’energia non regolamentata sono cresciuti del 22,2%. L’inflazione core si è invece fermata all’1,7%, mostrando come la nuova fiammata dei prezzi sia ancora prevalentemente riconducibile all’energia.
L’Europa è particolarmente vulnerabile agli shock energetici perché dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas naturale. Il rialzo del greggio provocato dal conflitto in Medio Oriente si trasferisce rapidamente sui costi dei trasporti, dell’industria e delle famiglie.
Un problema specifico riguarda il diesel. L’Europa dipende strutturalmente dalle importazioni di prodotti raffinati e le interruzioni nei flussi provenienti dal Medio Oriente e dalla Russia hanno fatto aumentare drasticamente i margini di raffinazione. Di conseguenza, i consumatori europei subiscono contemporaneamente il caro petrolio, costi di raffinazione più elevati e maggiori costi di trasporto.
La situazione ricorda la crisi energetica successiva all’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, ma con una differenza importante: finora l’aumento dei prezzi dell’energia non si è trasformato in una forte inflazione di fondo. Questa distinzione sarà determinante per la BCE. Dopo aver già aumentato i tassi di 25 punti base a settembre, portando il tasso sui depositi al 2,50%, la banca centrale deve decidere come reagire a uno shock che potrebbe mantenere l’inflazione sopra il target del 2%.
Il rischio è duplice: una politica monetaria troppo restrittiva potrebbe aggravare il rallentamento economico, mentre una risposta insufficiente potrebbe permettere allo shock energetico di trasferirsi a salari, servizi e aspettative d’inflazione.
Per ora, il problema europeo resta soprattutto un problema energetico. La vera incognita è quanto a lungo resterà tale.
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