A Portoscuso l’alluminio non si produce più da anni, ma lo stabilimento continua a esistere come una presenza ingombrante e costosa. I cancelli sono chiusi, i forni spenti, eppure il sito resta al centro di flussi di denaro pubblico, tavoli ministeriali, proteste sindacali e promesse politiche che non trovano sbocco.
È una delle storie più emblematiche della crisi industriale italiana, dove il tempo sembra essersi fermato mentre le risorse continuano a scorrere senza risultati tangibili.
Una fabbrica formalmente viva ma industrialmente morta
Definire attivo lo stabilimento ex-Alcoa è una forzatura. L’unica parte operativa è la fonderia, dove lavorano circa settanta addetti, impegnati a trasformare alluminio acquistato all’esterno. Il cuore produttivo, l’impianto di elettrolisi che consentiva di produrre alluminio primario, è fermo da anni. Eppure proprio quell’impianto rendeva Portoscuso un polo strategico: 155.000 tonnellate annue di produzione potenziale, mezzo miliardo di euro di fatturato e un indotto che dava lavoro a migliaia di persone.
Oggi restano poco più di quattrocento lavoratori sospesi in una lunga transizione fatta di cassa integrazione, mobilità in deroga e stipendi incerti. Periodicamente riemergono annunci di ripartenza, ma ogni scadenza viene superata senza che nulla cambi. La fiducia si è progressivamente consumata, fino alle mobilitazioni di quest’anno davanti alla Regione Sardegna, segnale di una pazienza ormai esaurita.
Negli ultimi anni il governo ha indicato più volte l’esistenza di interlocutori interessati al rilancio del sito. Nel 2025 era stata annunciata una trattativa con una multinazionale greca, pronta ad avviare una due diligence per valutare le condizioni reali dello stabilimento. A distanza di mesi, però, quel percorso è rimasto sulla carta: nessun tavolo riconvocato, nessun aggiornamento ufficiale, nessuna verifica tecnica avviata.
Il nodo strutturale del costo dell’energia
Alla base dello crisi di questo stabilimento c’è un problema reale che nessuno ha mai voluto o potuto risolvere: il costo dell’energia. Produrre alluminio primario è uno dei processi industriali più energivori, con un fabbisogno di circa 15 megawattora per tonnellata. Quando Alcoa fermò l’impianto, nel 2012, il costo dell’elettricità era già incompatibile con la competitività. Gli incentivi concessi dallo Stato furono bocciati dall’Unione Europea, che impose la restituzione degli aiuti, rendendo inevitabile la chiusura definitiva nel 2014.
Oggi la situazione non è migliorata. Con prezzi dell’energia sempre più alti in tutta Europa, la posizione geografica della Sardegna non aiuta certo a mitigarli. Solo una profonda trasformazione del sistema energetico regionale, basata sulle rinnovabili e su nuove infrastrutture di collegamento con il continente, potrebbe cambiare lo scenario. Ma si tratta di prospettive di medio-lungo periodo, incompatibili con l’emergenza occupazionnale attuale.
Il caso Sider Alloys e le risorse senza risultati
Il passaggio di mano del 2018, con l’ingresso della multinazionale svizzera Sider Alloys, doveva segnare la svolta. L’accordo prevedeva investimenti rilevanti e il ritorno alla piena produzione entro pochi anni. A distanza di quasi otto anni, il bilancio è opposto: secondo le organizzazioni sindacali, circa 100 milioni di euro di risorse pubbliche sono stati utilizzati senza che il rilancio industriale si concretizzasse.
Cantieri mai completati, aziende appaltatrici non pagate, lavoratori richiamati e poi nuovamente fermati hanno progressivamente svuotato di credibilità il progetto. Nel 2025 i sindacati hanno chiesto esplicitamente al governo di prendere atto del fallimento e di cambiare approccio, riconoscendo che la gestione non aveva prodotto i risultati promessi.
Emergenza ambientale e controlli mancati
A complicare ulteriormente il quadro è emersa anche una criticità ambientale. Nel 2025 un’ispezione del Corpo Forestale ha portato al sequestro di centinaia di sacchi contenenti rifiuti speciali accumulati all’interno dello stabilimento. Il caso ha aperto un’inchiesta giudiziaria e sollevato interrogativi sulla gestione delle bonifiche, finanziate anch’esse con risorse pubbliche.
Il tema è tornato al centro dell’attenzione anche grazie all’inchiesta televisiva di Report andata in onda pochi giorni orsono, che ha messo in luce come il fallimento industriale si accompagni a un incompiuto ambientale, aggravando l’eredità lasciata sul territorio.
Un tempo che scorre contro Portoscuso
Mentre i mesi passano, la forza lavoro si assottiglia e le competenze si disperdono. Gli accordi in essere hanno una scadenza precisa e, senza una decisione chiara, il rischio è che lo stabilimento venga definitivamente dismesso. Sarebbe la fine dell’ultimo grande smelter italiano e la perdita di un tassello strategico per intere filiere industriali.
Portoscuso resta così il simbolo di un’industria sospesa, né viva né morta, sostenuta da risorse pubbliche ma priva di una visione capace di trasformarle in opere produttive. Un monito che va oltre la Sardegna e interroga l’intero sistema industriale del paese.
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