Nepal, 20 banche spazzate via. Caccia a oro e contanti scomparsi nel fango

Nel Nepal devastato da inondazioni e frane, oltre 7.800 agenti cercano non solo persone disperse ma anche almeno 20 caveau bancari spazzati via dalle acque, tra contanti, oro e il rischio di sciacallaggio.

C’è una scena che racconta meglio di ogni bollettino cosa significhi un disastro naturale in un paese come il Nepal: agenti di polizia che scavano nel fango non per cercare corpi, ma casseforti.

Secondo il Times of India, oltre 7.800 uomini delle forze dell’ordine sono impegnati in questi giorni in una doppia missione, cercare le persone ancora disperse e, parallelamente, rintracciare almeno venti caveau bancari spazzati via dalle inondazioni che hanno colpito le regioni centrali del paese. Il bilancio umano del disastro è nel frattempo salito oltre le mille vittime, con migliaia di persone ancora non rintracciate tra Nepal e la regione cinese del Tibet. In questo contesto, la storia delle banche scomparse sembra un dettaglio minore, ma non lo è.

La mappa del tesoro

Le zone più colpite sono i distretti di Rasuwa, Dhading e Chitwan, aree montuose attraversate dal fiume Trishuli, dove le filiali bancarie locali custodivano non solo contanti ma anche riserve d’oro, spesso l’unica forma di risparmio solida per famiglie e piccole imprese in zone rurali.

Le casseforti non sono semplicemente andate perse, ma sono state trascinate a valle, sepolte sotto strati di limo o portate a chilometri di distanza dal punto originario. Il vice ispettore generale Abi Narayan Kafle lo ha spiegato dicendo che la priorità resta salvare vite, ma il territorio è ormai diventato anche un terreno di caccia al tesoro, con tutto ciò che questo comporta in termini di ordine pubblico.

L’operazione più significativa finora è quella condotta domenica alla filiale della Agricultural Development Bank di Dhunga, nel comune di Trishuli: quasi otto ore di lavoro per estrarre una cassaforte che conteneva 1,5 crore di rupie nepalesi in contanti (circa 100.000 dollari) e oro per un valore stimato di 50 crore (circa 3,3 milioni di dollari). Una seconda cassaforte, appartenente alla Krishi Vikas Bank, è stata recuperata nel distretto di Nuwakot. Sono numeri che, sommati alle altre casseforti ancora disperse, danno l’idea di quanta ricchezza fisica, non digitale, non tracciabile, sia rimasta intrappolata sotto il fango himalayano.

Sciacallaggio, arresti e la fragilità del sistema

Dove c’è oro sepolto, c’è chi prova a scavarlo prima della polizia. La polizia di Dhading ha arrestato 29 persone accusate di aver forzato una cassaforte trascinata a valle dal fiume, sottraendo 92,68 lakh di rupie, poco meno di un milione di rupie nepalesi (circa 6.000 dolllari).

Non è un episodio isolato e le autorità hanno dovuto lanciare un appello esplicito ai cittadini, chiedendo di consegnare alla polizia qualsiasi cassaforte ritrovata, pena l’incriminazione. È un dettaglio che dice molto sul contesto sociale post-disastro: quando le istituzioni sono sopraffatte e il controllo del territorio diventa impossibile, il confine tra sopravvivenza e opportunismo si assottiglia in fretta.

Un paese che deve ricostruirsi due volte

Quello che rende la vicenda delle casseforti particolarmente indicativa è la sua doppia dimensione. Da un lato c’è l’emergenza umanitaria, con il livello dell’acqua che secondo Kafle non accenna a diminuire, rendendo le zone colpite ancora difficili da raggiungere. Dall’altro c’è un danno economico che si aggiunge, voce dopo voce, senza che nessuno sia ancora in grado di quantificarlo con precisione. Le perdite finanziarie delle banche coinvolte continuano a crescere e l’entità esatta dei danni resta indeterminata, un’ammissione che non è ancora stata fatta nelle comunicazioni ufficiale.

Per un paese come il Nepal, dove buona parte dell’economia rurale si regge su piccoli depositi, prestiti agricoli e riserve auree custodite localmente, la perdita fisica di questi caveau non è solo un problema contabile per gli istituti di credito. È un colpo diretto alla capacità delle comunità di ripartire dal momento che senza accesso ai propri risparmi, senza certezza che quel denaro tornerà mai nelle loro mani, la ricostruzione economica rischia di procedere più lentamente di quella delle strade e dei ponti.

Le banche danneggiate a Rasuwa, Dhading e Chitwan non sono solo edifici crollati, ma sono nodi di un sistema di fiducia che, una volta incrinato, richiede molto più tempo di una diga o di un ponte per essere ripristinato.

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