Quando si parla di terre rare, si pensa quasi sempre ai magneti permanenti fatti di neodimio, praseodimio, disprosio, terbio. Sono gli elementi che fanno girare i motori delle auto elettriche, delle pompe di calore, dei caccia militari. Ma la vera vulnerabilità industriale dell’Occidente si nasconde altrove, in due elementi sconosciuti ai molti come l’erbio e l’ittrio. Non servono a costruire magneti, ma a far funzionare due infrastrutture che diamo per scontate ogni giorno: internet e le turbine che generano elettricità.
L’erbio è l’ingrediente chiave degli amplificatori che rilanciano il segnale ottico lungo i cavi in fibra che attraversano continenti e oceani. Ogni 80-120 chilometri su un cavo terrestre, ogni 50-80 su uno sottomarino, c’è un tratto di fibra drogata con erbio, lungo tra 10 e 30 metri, che viene “pompato” con un laser a 980 o 1.480 nanometri. Gli atomi di erbio si eccitano e, tornando a uno stato energetico più basso, rilasciano fotoni esattamente alla lunghezza d’onda del segnale in ingresso: 1.550 nanometri, la finestra spettrale in cui la fibra di silice perde meno segnale. Nessun altro elemento re-irradia naturalmente a quella lunghezza d’onda, quindi non esistono sostituti.
L’ittrio ha un raggio d’azione ancora più ampio. Entra nei rivestimenti termici che proteggono le pale delle turbine da temperature infernali, sia nei motori degli aerei sia nelle turbine a combustione che oggi vengono costruite a ritmo record per alimentare i data center dell’intelligenza artificiale. Ma non finisce lì: LED bianchi, display, filtri per microonde, laser a stato solido e persino i condensatori ceramici multistrato che tengono in vita l’intera elettronica di consumo, compresi i server che addestrano i modelli AI.
Di fatto, piccole quantità di questi elementi hanno un impatto sproporzionato perché abilitano funzioni core in applicazioni da cui non si può prescindere.
Chi apre e chiude il rubinetto
E qui arrivano le brutte notizie. La dipendenza dalla Cina per questi due elementi non è parziale, è totale. Secondo Tronox, non esiste nessun produttore commerciale di ossido di erbio fuori dalla Cina. Zero alternative industriali. Per l’ittrio la situazione è appena più articolata sul lato estrattivo (la Cina estrae il 90% del minerale mondiale) ma sul lato della trasformazione, quella che conta davvero per l’industria, il controllo è pressoché completo visto che è Pechino a trasformare il minerale grezzo in ossido di ittrio utilizzabile.
Dodici terre rare, tra cui erbio e ittrio, sono state sottoposte a restrizioni all’esportazione introdotte dalla Cina nell’aprile e nell’ottobre 2025. A novembre 2025 alcune di queste restrizioni (inclusa quella sull’erbio, ma non quella sull’ittrio) sono state sospese per un anno. Il risultato pratico è che le forniture di ittrio sono state drasticamente ridotte e a marzo 2026 Pechino ha approvato una singola spedizione di 60 tonnellate di ossido di ittrio verso gli Stati Uniti, seguita da una da 10 tonnellate in aprile. Nel complesso, le spedizioni verso gli USA sono scese di circa il 75% rispetto al 2025. Non è un embargo formale ma una specie di rubinetto che gocciola quando a Pechino conviene farlo gocciolare.
Novembre, la scadenza che pochi guardano
A novembre la Cina dovrà decidere se estendere o rimuovere le sospensioni sui 12 elementi sotto controllo. È una data che nei mercati finanziari passa quasi inosservata, ma che nell’industria dei materiali strategici pesa come un macigno. Strategic Minerals Advisory evidenzia come pochissimi, fuori dalla Cina, si stanno chiedendo seriamente come produrre erbio o ittrio in proprio. Il ritardo non è tecnico, è politico, visto che manca la volontà di affrontare un problema che si preferisce rimandare, sperando che si risolva da solo.
Tutto ciò riguarda anche il controllo dual-use su materiali con applicazioni militari essenziali. In realtà è un capitolo del più grande negoziato commerciale tra Washington e Pechino, che comprende anche i chip GPU di fascia alta, le macchine per la litografia ultravioletta estrema, la memoria ad alta banda e il software di progettazione dei semiconduttori, tutta la tecnologia che gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a negare alla Cina. Le terre rare, in questo schema, sono la merce di scambio con cui Pechino risponde colpo su colpo.
Le turbine potrebbero avere problemi prima che i politici se ne rendano conto
Il composto più importante per i rivestimenti termici delle turbine è la zirconia stabilizzata con ittrio. GE Vernova, uno dei maggiori produttori mondiali di turbine, ha dichiarato durante un investor day di dicembre che l’azienda ha scorte di ittrio sufficienti per arrivare “fino al 2026“, una formula volutamente vaga, senza indicare fino a quando esattamente, e senza ulteriori chiarimenti forniti in seguito.
Oerlikon Metco, tra i principali produttori al mondo di zirconia stabilizzata con ittrio e delle attrezzature per applicarla alle pale delle turbine, descrive l’ultimo anno come un periodo che ha sconquassato tutto. La domanda di turbine a combustione negli Stati Uniti è ai massimi storici, spinta soprattutto dalla necessità di alimentare i nuovi data center, comprese le enormi strutture “hyperscale” per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale e il cloud computing. Esistono alternative alla zirconia stabilizzata con ittrio, ma nessuna ha ancora i vantaggi tecnici che l’hanno reso lo standard del settore.
Anche il settore delle telecomunicazioni è coinvolto dal problema. Gli amplificatori a erbio stanno trovando nuovi impieghi nei sistemi di comunicazione ottica in spazio libero che collegano i satelliti in orbita bassa, come quelli della costellazione Starlink, tra loro e con le stazioni di terra. Gli ingegneri continuano a scegliere l’erbio nonostante teoricamente potrebbero usare lunghezze d’onda diverse nello spazio libero, semplicemente perché l’infrastruttura industriale attorno ai 1.550 nanometri è già enorme e relativamente economica.
Gli Stati Uniti non sono rimasti del tutto immobili. Erbio e ittrio, insieme ad altre 14 terre rare e a una ventina di minerali critici, fanno parte della National Defense Stockpile, la riserva strategica gestita dalla Defense Logistics Agency, che per policy non commenta il contenuto specifico dei suoi depositi. Nel febbraio 2026 l’amministrazione Trump ha annunciato Project Vault, un’iniziativa pubblico-privata da 12 miliardi di dollari per costituire riserve di terre rare e altri materiali critici.
Cosa succede davvero se salta l’accordo
Adesso, il rischio concreto non è tanto un blackout improvviso quanto un logoramento, fatto di licenze che tardano ad arrivare e spedizioni singole concesse col contagocce. Una incertezza che negli stabilimenti si traduce in ritardi di produzione e ricerca affannosa di alternative imperfette. Ma, soprattutto, resta la domanda che nessuno, a Washington come a Bruxelles, sembra ancora avere una risposta: cosa facciamo se il rubinetto si chiude del tutto?
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