L’oro a 4.000 dollari finanzia la crescita dell’Asia Centrale, ma aumentano debito e dipendenza

Il boom dell’oro sostiene esportazioni, riserve e gettito fiscale in Asia Centrale, ma espone Uzbekistan, Kyrgyzstan e Kazakhstan a inflazione, debito e dipendenza da un’unica materia prima.

Nelle colline a nord di Soykechar, nella regione uzbeka di Navoi, il prezzo dell’oro non è un riferimento teorico, ma fa parte della vita quotidiana. I minatori controllano le quotazioni sul telefono, le ascoltano in televisione, le ricostruiscono attraverso il passaparola e il mercato nero. Un’oncia di oro intorno ai 4.000 dollari cambia la spesa di una famiglia prima ancora dei conti pubblici.

La corsa dei prezzi del metallo giallo è stata notevole. A inizio 2024, l’oncia troy valeva circa 2.050 dollari; a febbraio ha superato 5.200 dollari, per poi rientrare verso 4.100 dollari nell’estate. Dieci anni fa si aggirava attorno a 1.300 dollari. Naturalmente, ai prezzi attuali l’oro ha moltiplicato la sua influenza sulla vita di chi vive di questo metallo.

I governi della regione attribuiscono la vivacità delle rispettive economie alle riforme, agli investimenti e alla modernizzazione. Qualcosa è certamente cambiato, ma la verità è che una parte rilevante del miglioramento è stata finanziata dalla rivalutazione delle riserve auree e dalle entrate dell’estrazione. L’oro non ha risolto i problemi di sviluppo di questi paesi ma li ha resi più gestibili e politicamente meno visibili.

Esportazioni, riserve e debito: il circuito della fiducia

L’Uzbekistan ha raggiunto nel 2025 esportazioni record per 33 miliardi di dollari. Di questi, 9,9 miliardi, circa il 30%, sono arrivati dall’oro. Quasi un dollaro su tre delle vendite estere uzbeke dipende dal metallo. In Kyrgyzstan e Tajikistan l’oro è la principale voce dell’export; in Kazakhstan, grande produttore mondiale di uranio, è la seconda esportazione dopo il greggio. Solo il Turkmenistan resta fuori da questo schema, non disponendo di una produzione aurifera significativa.

Il caso kirghiso è uno dei più interessanti. Le riserve del paese, per circa il 75% costituite da oro, sono passate da 5,1 miliardi di dollari alla fine del 2024 a 8,6 miliardi. Il rialzo dell’oro ha reso più robusto il bilancio dello Stato e ha migliorato il suo accesso al credito dal momento che investitori e finanziatori leggono quelle riserve come garanzia e il denaro preso a prestito tende a costare meno.

Tuttavia, la sicurezza finanziaria rischia di diventare una specie di anestetico. Uzbekistan, Kyrgyzstan e Kazakhstan hanno sfruttato condizioni di credito più favorevoli accumulando debito. Il presidente kirghiso Sadyr Japarov è arrivato a sostenere in Parlamento, nel dicembre scorso, che il paese avrebbe potuto estinguere il debito estero “in un giorno”. Le riserve auree offrono margine, ma non equivalgono a liquidità gratuita né cancellano gli obblighi di bilancio.

Le casse pubbliche si riempiono, il territorio attende

Le entrate fiscali raccontano bene la dimensione di questa improvvisa fortuna finanziaria. La statale uzbeka Navoi Mining and Metallurgical Co., fra i maggiori produttori auriferi mondiali, ha versato 2,64 miliardi di dollari di imposte nell’ultimo esercizio. La cifra equivale a quasi il 12% dei 22,3 miliardi di dollari di gettito fiscale complessivo dell’Uzbekistan. Ed è il doppio di quanto la società aveva pagato nel 2024.

In Kazakhstan, il boom ha premiato anche gli operatori privati. AltynGold, titolare della miniera di Sekisovskoye presso Ust-Kamenogorsk, nel primo trimestre del 2026 ha venduto il 29% di oro in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre i ricavi sono cresciuti del 122%. Il governo kazako ha deciso di reclamare una quota maggiore della rendita, introducendo a inizio anno un’imposta progressiva sull’estrazione dell’oro. Per i produttori maggiori, l’aliquota sale all’11% dal precedente 7,5%.

Ma cosa resterà quando il ciclo delle quotazioni si normalizzerà? Secondo alcuni economisiti, i maggiori rendimenti auriferi non hanno finora attivato una vera industrializzazione diffusa nella regione. I fondamentali economici, in altre parole, non sembrano essersi mossi con la stessa velocità del prezzo dell’oro.

In Uzbekistan, i rialzi dell’oro diventano inflazione nella vita quotidiana

Nelle miniere artigianali a cielo aperto di Soykechar, legalizzate dall’Uzbekistan nel 2018 attraverso l’assegnazione periodica di lotti, il boom si traduce in aumenti salariali, lavoro e qualche investimento familiare. I siti, grandi all’incirca un acro, sono lavorati per otto-dodici ore al giorno, sei o sette giorni alla settimana. I minatori riferiscono aumenti salariali nell’ordine del 20% nell’ultimo anno.

Cibo, elettricità, gas, acqua e rate dei prestiti assorbono buona parte del miglioramento. La dinamica è piuttosto nota nei paesi dipendenti dalle materie prime dove quando il valore del minerale sale, i salari seguono con ritardo e l’inflazione si incarica di ridurre il vantaggio. In pratica, mentre il prezzo dell’oro cresce sui mercati globali, il costo della vita cresce davanti al negozio di quartiere.

Il punto debole resta la dipendenza

Se ci dovesse essere un crollo delle quotazioni, paesi come Uzbekistan e Kyrgyzstan ne sarebbero colpiti duramente. Per esempio, quando le esportazioni d’oro kirghise hanno rallentato lo scorso anno, le esportazioni totali sono scese del 44%.

Anche se ad oggi sembra improbabile un tracollo imminente dell’oro, contare indefinitamente su prezzi elevati non sono una strategia industriale e riserve più ricche non sostituiscono la diversificazione.

L’Asia Centrale sta incassando il dividendo di un mercato favorevole e questo boom sta rendendo questi stati più solvibili e alcune famiglie meno fragili, senza però garantire che il tessuto economico diventi più autonomo.

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L’oro a 4.000 dollari finanzia la crescita dell’Asia Centrale, ma aumentano debito e dipendenza was last modified: Luglio 25th, 2026 by David Klein