Per il ventesimo anno consecutivo la libertà globale ha perso terreno. Freedom House, nel suo ultimo report Freedom in the World 2026 segnala un deterioramento dei diritti politici e delle libertà civili in 54 paesi nel corso del 2025.
Lo studio in questione valuta 195 paesi e 13 territori, misurando processo elettorale, pluralismo, funzionamento del governo, libertà di espressione, stato di diritto e autonomia individuale. Una fotografia di come il potere viene distribuito, limitato o blindato nei diversi sistemi politici.
L’Europa che funziona, almeno per ora
In cima alla graduatoria c’è la Finlandia con 100 punti su 100, seguita da Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia a quota 99. Il primato europeo nasce da una combinazione di elezioni credibili, magistratura indipendente, stampa libera e tutele civili che reggono anche quando la politica cambia mano.
Tra i paesi con i punteggi più alti compaiono anche Irlanda a 98, Canada, Danimarca, Lussemburgo, Paesi Bassi, San Marino, Slovenia e Uruguay a 97, poi Estonia, Giappone e Portogallo a 96. L’Italia è soltanto a 87 (due punti in meno rispetto all’anno precedente), allo stesso livello del Belize e delle Mauritius.
Ma anche in Europa ci sono delle eccezioni vistose come la Bielorussia con 7 punti e la Russia con 12, due paesi con regimi autocratici consolidati, senza reale indipendenza dell’informazione né elezioni davvero libere.
Il crollo degli Stati Uniti
Il dato che pesa di più sul piano simbolico riguarda gli Stati Uniti, scesi a 81 punti, il minimo storico nel sistema di valutazione di Freedom House. Per la principale potenza occidentale non è solo una flessione statistica, ma un duro colpo alla narrativa con cui per decenni ha spiegato se stessa e il proprio ruolo nel mondo.
Nel 2025 gli USA sono stati tra i paesi liberi con il calo più marcato, insieme a Bulgaria e Italia, e ora si trovano allo stesso livello del Sudafrica e dietro Panama ferma a 82. Su un arco di vent’anni il punteggio statunitense ha perso 12 punti, in un contesto segnato da polarizzazione crescente e violenza politica. Il report di Freedom House attribuisce il declino americano anche alla stretta governativa contro espressioni non violente di cittadini e non cittadini, oltre all’indebolimento delle garanzie e dei meccanismi anticorruzione sotto la nuova amministrazione Trump.
In fondo alla classifica…
In coda alla classifica c’è il Sud Sudan, con un punteggio 0, seguito da Sudan e Turkmenistan a 1. Qui non siamo davanti a democrazie malate, ma a sistemi in cui la libertà politica semplicemente non esiste e i diritti delle minoranze sono costantemente sotto attacco.
La mappa della libertà mostra una distanza crescente tra paesi capaci di garantire alternanza, controllo pubblico e diritti individuali, e regimi che neutralizzano dissenso, stampa e opposizione. La frattura decisiva non passa più solo tra Occidente e resto del mondo, ma tra sistemi dove il potere accetta limiti e sistemi dove quei limiti vengono svuotati o aggirati.
Per questo il caso americano pesa quasi quanto i punteggi più bassi delle autocrazie conclamate. Se perfino la maggiore democrazia militare, finanziaria e mediatica del pianeta scivola verso il suo minimo storico, allora il problema non è più soltanto l’avanzata dei regimi repressivi. Il problema è che anche dentro il campo dei paesi liberi si va affermando l’idea che diritti, controlli e garanzie siano variabili negoziabili, utili finché non intralciano il comando.
| Paese | Freedom Score (0-100) |
|---|---|
| 1ºFinlandia | 100 |
| 2ºNuova Zelanda | 99 |
| 3ºNorvegia | 99 |
| 4ºSvezia | 99 |
| 5º Irlanda | 98 |
| 6ºCanada | 97 |
| 7ºDanimarca | 97 |
| 8ºLussemburgo | 97 |
| 9ºPaese Bassi | 97 |
| 10ºSan Marino | 97 |
| 11ºSlovenia | 97 |
| 12ºUruguay | 97 |
| 13ºEstonia | 96 |
| 14ºGiappone | 96 |
| 15ºPortogallo | 96 |
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