Ventuno miglia marine che tengono in equilibrio una quota decisiva dell’economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz, stretto corridoio tra Iran e Penisola Arabica, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e rappresenta l’unico sbocco marittimo per alcuni dei maggiori esportatori di petrolio e gas del pianeta.
Ogni giorno, una processione silenziosa di superpetroliere attraversa questo tratto d’acqua, trasformandolo in una vera e propria infrastruttura energetica liquida. La sua centralità non è una formula giornalistica dal momento che circa un quinto dei consumi mondiali di petrolio e oltre un quarto del commercio globale di GNL transitano da qui. Numeri che spiegano perché ogni dichiarazione politica o incidente navale abbia un’eco immediata sui mercati.
Chi lo controlla?
Dal punto di vista cartografico, lo stretto appare come un imbuto. Nel punto più angusto misura poco più di 30 chilometri, ma le corsie effettivamente navigabili per le grandi petroliere sono ancora più ristrette e disciplinate da uno schema di separazione del traffico definito dall’International Maritime Organization.
Le acque territoriali coinvolgono due attori chiave: Iran a nord, Oman a sud. Il diritto internazionale del mare riconosce il principio del “passaggio in transito”, ma la sua applicazione concreta è da anni oggetto di tensioni interpretative. Teheran rivendica margini di controllo più ampi, mentre le potenze occidentali sostengono la libertà di navigazione come cardine dell’ordine marittimo.
Sul piano militare, l’Iran esercita un’influenza significativa lungo la costa settentrionale e sulle isole strategiche che sovrastano le rotte commerciali. La sua dottrina privilegia strumenti asimmetrici come unità veloci, missili antinave, mine e droni. Dall’altra parte, la presenza navale statunitense nel Golfo, con base in Bahrein, funge da deterrente. In mezzo, l’Oman mantiene una posizione di equilibrio, spesso svolgendo un ruolo di mediazione silenziosa.
Perché è così importante?
Secondo la U.S. Energy Information Administration, negli ultimi anni hanno attraversato lo stretto in media circa 21 milioni di barili al giorno tra greggio, condensati e prodotti raffinati. Si tratta di circa il 30% del petrolio scambiato via mare a livello globale. A questi si aggiungono volumi rilevanti di gas naturale liquefatto, in particolare dal Qatar.
I principali destinatari sono le economie asiatiche: Cina, India, Giappone e Corea del Sud. La dipendenza è tale che un’interruzione anche temporanea avrebbe effetti diretti sui costi industriali, sulla produzione manifatturiera e sull’inflazione energetica.
Le alternative esistono, ma sono parziali. L’oleodotto East-West saudita verso il Mar Rosso e il collegamento Habshan–Fujairah negli Emirati Arabi Uniti consentono di aggirare lo stretto per una quota della produzione. Tuttavia, la capacità complessiva di queste infrastrutture copre solo una frazione dei volumi che normalmente transitano via mare. Per altri produttori, come Kuwait e Qatar, non vi sono soluzioni equivalenti su larga scala.
Dalla “Tanker War” alle tensioni del 2025
La storia recente dello stretto è costellata di episodi che ne hanno ribadito la vulnerabilità. Negli anni Ottanta, durante la fase finale del conflitto Iran-Iraq, gli attacchi alle petroliere trasformarono l’area in un teatro di scontro diretto con la Marina statunitense.
Nel 1988, l’operazione militare americana nota come Operation Praying Mantis segnò uno dei momenti più intensi del confronto navale. Pochi mesi dopo, l’abbattimento del volo civile Iran Air Flight 655 aggravò ulteriormente il clima.
Negli ultimi anni, sequestri di petroliere, attacchi con mine magnetiche e operazioni di ritorsione hanno riportato lo stretto al centro delle cronache. Il biennio 2019-2024 è stato caratterizzato da una dinamica di azioni e contro-azioni tra Iran e potenze occidentali, spesso legate al regime sanzionatorio.
Nel giugno 2025, l’escalation tra Israele, Iran e Stati Uniti ha riacceso i riflettori. Dopo raid mirati contro infrastrutture nucleari iraniane, Teheran ha ventilato esplicitamente la possibilità di chiudere lo stretto. I mercati hanno reagito subito e il Brent è salito di circa il 10% in pochi giorni, avvicinandosi agli 85 dollari al barile, mentre diverse banche di investimento hanno ipotizzato scenari a tre cifre in caso di blocco prolungato.
Impatti sui mercati e sull’industria
Per operatori e imprese energivore, lo stretto non è un tema geopolitico astratto ma un indicatore anticipatore di volatilità. Anche un’interruzione parziale o un aumento del rischio percepito può tradursi in un incremento dei costi energetici, con effetti a catena su acciaio, chimica, logistica e manifattura pesante.
Lo Stretto di Hormuz rimane dunque un punto di frizione permanente tra economia e geopolitica. Finché una quota così ampia dell’energia mondiale continuerà a transitare in un corridoio tanto ristretto, la stabilità dei mercati globali dipenderà anche dall’equilibrio, sempre precario, di quelle acque.
AGGIORNAMENTO 01/03/26 – Dopo gli attacchi missilistici americani e israeliani sull’Iran, il traffico di trasporto di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz è diminuito drasticamente. L’Iran ha dichiarato di aver chiuso lo stretto e i broker hanno detto al Financial Times che le compagnie assicurative per il rischio di guerra hanno presentato avvisi di cancellazione per polizze che coprono le navi che transitano nello Stretto di Hormuz, con prezzi destinati a salire fino al 50% nei prossimi giorni.
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