Rio Tinto e Glencore hanno accantonato i piani per una mega-fusione che avrebbe creato la più grande società mineraria del mondo, con un valore complessivo di 232 miliardi di dollari. In una dichiarazione rilasciata questa settimana, Rio Tinto ha affermato di non poter raggiungere un accordo che possa generare un valore sufficiente per i suoi azionisti.
La decisione è stata presa dopo settimane di discussioni durante le quali le aziende non sono riuscite a concordare i termini chiave dell’accordo, tra cui la governance e la proprietà del gruppo risultante dalla fusione.
Come riportato da Bloomberg, con la struttura proposta, Rio Tinto avrebbe mantenuto sia il ruolo di presidente che quello di amministratore delegato, assicurandosi il controllo pro forma dell’entità risultante dalla fusione. Glencore ha affermato in una dichiarazione separata che tali condizioni sottovalutavano significativamente la sua attività nel settore del rame e il suo contributo complessivo, rendendo l’operazione poco attraente per i suoi azionisti.
Secondo Jefferies, il fallimento delle trattative è stato provocato da divergenze su prezzi e governance. Si tratta del terzo tentativo fallito di fusione tra le due società minerarie. L’idea era stata inizialmente avanzata prima della crisi finanziaria globale del 2008, per poi essere ripresa nel 2014 e alla fine del 2024.
Se l’accordo fosse andato in porto, il gruppo risultante dalla fusione sarebbe emerso come il più grande produttore di rame al mondo, rappresentando circa il 7% della produzione globale, oltre a posizioni dominanti nel minerale di ferro, nel carbone e in altre materie prime chiave.
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