Ogni settimana, nel solo Regno Unito, finiscono nel cestino 6,3 milioni di sigarette elettroniche usa e getta. Moltiplicatelo per cinquantadue, aggiungete Francia, Australia, Germania e il resto del mondo, e avrete un’idea di quante tonnellate di litio, cobalto, nichel e rame vengano letteralmente buttate via ogni anno.
Il mercato globale delle e-cigarette è proiettato a superare i 180 miliardi di euro entro il 2032, partendo dagli attuali 33 miliardi. È una delle industrie in crescita più rapida al mondo, eppure la sua coda di rifiuti è ancora trattata come un problema di nettezza urbana piuttosto che come una questione di approvvigionamento di materie prime critiche.
Forse perché i vape sembrano innocui. Colorati, leggeri, economici: un modello usa e getta costa tra i 5 e i 10 euro, uno ricaricabile tra 20 e 60. Difficile immaginarsi, guardandoli, che al loro interno ci sia una piccola miniera di materiali strategici. Eppure il profilo chimico di un vape tipico include una batteria al litio, cablaggi in rame, cobalto, nichel e plastiche tecniche come policarbonato e nylon, oltre a tracce di piombo, mercurio e cromo in alcuni componenti. Non è un giocattolo: è un oggetto di estrema complessità materiale compresso in un involucro da dieci grammi.
Quando i consumatori gettano questi dispositivi nel cassonetto della plastica, o peggio nel secco indifferenziato, il risultato è prevedibile. Solo l’azienda SUEZ ha registrato 670 incendi nei propri impianti britannici in un anno, dei quali 368 direttamente attribuibili a batterie o vape e altri 176 probabilmente causati dagli stessi.
Normativa in moto
Da giugno 2025, oltre quaranta paesi tra cui Regno Unito, Francia, Australia e Nuova Zelanda hanno messo al bando i vape usa e getta. I rivenditori hanno l’obbligo di offrire punti di raccolta. Nel solo Regno Unito esistono già più di 10.500 contenitori per la raccolta delle batterie.
Eppure, secondo ricerche di Material Focus, il 47% dei consumatori non sa nemmeno che i vape si possano riciclare. Secondo la stessa ricerca, il 57% degli utenti dichiara di essere più incline ad acquistare da rivenditori che offrono punti di raccolta. Il comportamento cambia se l’infrastruttura è visibile e accessibile. Alcuni produttori si stanno muovendo con programmi di restituzione per posta o collaborando con municipalità e organizzazioni come Wecycle per installare postazioni nei supermercati e nelle farmacie. Ma siamo ancora all’inizio di un percorso lungo.
Riciclatori in cerca di scala
All’IFAT di Monaco di Baviera, il principale appuntamento internazionale del settore ambientale, diversi operatori hanno presentato soluzioni per intercettare questo flusso. L’approccio prevalente è quello di integrare i vape nei sistemi esistenti per batterie e rifiuti elettronici, evitando di costruire filiere parallele da zero.
Dal punto di vista tecnico, il recupero è possibile e anche redditizio se fatto in scala. Veolia ha stimato che riciclare i vape della sola Gran Bretagna potrebbe salvare oltre dieci tonnellate di litio, materiale sufficiente ad alimentare le batterie di circa 1.200 automobili elettriche. La Commissione Europea, con le nuove norme sulle batterie entrate in vigore nel luglio 2025, ha fissato obiettivi ambiziosi: recupero al 90% di cobalto, rame, piombo e nichel entro il 2027, e all’80% per il litio entro il 2031. Ma gli obiettivi regolatori sono una cosa, la realtà operativa un’altra.
I prezzi non vedono ancora le miniere urbane
Il litio, il cobalto e il nichel presenti nei vape rappresentano una fonte secondaria in crescita esponenziale. Eppure i prezzi di questi metalli non incorporano ancora alcuna aspettativa legata all’urban mining su questa scala. Il mercato continua a guardare alle miniere del Congo, dell’Indonesia, del Cile, mentre tonnellate di cobalto e litio percorrono ogni settimana l’itinerario casa-cassonetto-inceneritore.
La struttura dell’approvvigionamento sta cambiando, lentamente ma in modo inequivocabile. Il quadro normativo spinge verso il recupero, la tecnologia di riciclo migliora (con processi elettrochimici che raggiungono ormai purezze superiori al 99% per nichel e cobalto), e la domanda di metalli critici per la transizione energetica non accenna a rallentare. Ciò che manca è il riconoscimento del mercato e finché i prezzi non scontano la progressiva integrazione di questa fonte secondaria nella filiera, il segnale agli investitori rimane distorto.
Il vaping non è solo un problema di salute pubblica o di rifiuti urbani. È un capitolo ancora aperto della geopolitica dei metalli critici, scritto con inchiostro invisibile su milioni di dispositivi colorati che ogni giorno spariscono nei cassonetti del mondo.
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