Mentre l’Occidente corre verso il riarmo, l’industria americana delle terre rare si avvicina a una scadenza che potrebbe ridisegnare gli equilibri del settore. Dal 1° gennaio 2027 entreranno infatti in vigore nuove restrizioni del Pentagono sull’impiego di materiali di origine cinese nei sistemi d’arma statunitensi. Il provvedimento interesserà l’intera catena produttiva, dall’estrazione alla raffinazione, dalla separazione alla metallizzazione, fino alla fabbricazione dei magneti.
Per i fornitori del sistema militare americano, il problema è quello di trovare materiali alternativi, dimostrare il rispetto dei requisiti richiesti e ottenere l’approvazione dei militari. Un percorso che richiede tempo, competenze e impianti funzionanti. A circa due mesi dalla scadenza, la distanza tra i progetti annunciati e la produzione effettivamente qualificabile resta il vero problema del settore.
La metallizzazione, l’anello debole della filiera occidentale
Nella corsa all’indipendenza dalla Cina si parla spesso di miniere, riserve e capacità di separazione. Sono elementi importanti, ma non sufficienti. La trasformazione degli ossidi di terre rare in metalli e leghe utilizzabili per produrre magneti permanenti rappresenta uno dei passaggi industriali più difficili da ricostruire fuori dalla Cina.
Per esempio, REalloys sta cercando di costruire una filiera nordamericana integrata, con particolare attenzione alle terre rare pesanti, come disprosio e terbio, indispensabili per le applicazioni magnetiche ad alte prestazioni. A giugno, la società ha annunciato di aspettarsi la disponibilità dallo suo stabilimento canadese, già nel quarto trimestre 2026, di ossidi ad alta purezza di disprosio, terbio e NdPr (neodimio-praseodimio). Il materiale dovrebbe servire proprio per avviare le procedure di qualificazione con i clienti e verificare la conformità della catena di approvvigionamento in vista della nuova normativa.
Il vero vantaggio si conquista con la qualificazione
C’è inoltre un aspetto decisivo per quanto riguarda il settore militare e cioè che ottenere la qualificazione di un materiale può valere più che possedere una miniera o uno stabilimento.
I materiali destinati ai sistemi militari devono superare procedure rigorose. Vengono sottoposti a prove, verifiche e test nelle condizioni operative previste. Anche modifiche nella composizione chimica, nella microstruttura o nei processi produttivi possono rendere necessarie ulteriori verifiche e allungare sensibilmente i tempi.
Una volta approvato un fornitore, sostituirlo non è un’operazione semplice. I sistemi d’arma vengono progettati per funzionare per decenni e le relative catene di approvvigionamento tendono a rimanere stabili. Chi riesce a entrare in un programma militare può quindi conquistare una posizione commerciale destinata a durare molto più a lungo del normale ciclo di mercato.
Secondo alcune stime, un’azienda che partisse oggi dovrebbe impiegare dai tre ai sette anni per assicurarsi materie prime e prodotti chimici non cinesi, sviluppare impianti commerciali di separazione, costruire capacità di metallizzazione e completare le procedure di qualificazione militare.
Miliardi di investimenti e un problema ancora aperto
La corsa americana alle terre rare ha già attirato risorse considerevoli. MP Materials ha raccolto oltre 1 miliardo di dollari, mentre USA Rare Earth ha ottenuto un investimento governativo in equity da 1,6 miliardi di dollari. Sono cifre importanti, ma non rappresentano alcuna garanzia di arrivare ad acquisire un’autonomia industriale.
Il Center for Strategic and International Studies ha indicato nella metallizzazione delle terre rare una delle capacità meno sviluppate e più difficili da ricostruire al di fuori della Cina. In altre parole, si possono finanziare nuove miniere e impianti di trattamento, ma senza la capacità di trasformare i materiali in prodotti utilizzabili la dipendenza rimane.
La domanda cresce e i clienti militari non possono aspettare
La posta in gioco non riguarda soltanto i produttori di terre rare. Secondo le proiezioni di Morgan Stanley, la domanda globale di magneti permanenti potrebbe aumentare da tre a cinque volte nel prossimo decennio, sostenuta dalla difesa, dai veicoli elettrici, dalla robotica e dalle infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Nel frattempo, la Cina mantiene una posizione dominante e negli ultimi due anni ha inasprito più volte i controlli sulle esportazioni di tecnologie, attrezzature e materiali destinati alla lavorazione delle terre rare. La dipendenza occidentale non è quindi soltanto una questione di prezzi, ma anche di sicurezza degli approvvigionamenti e continuità produttiva.
Le conseguenze interessano direttamente alcuni dei maggiori gruppi americani della difesa e dell’aerospazio. Per esempio, Raytheon, divisione di RTX, produce sistemi missilistici e di difesa aerea come i missili da crociera Tomahawk, gli aria-aria AMRAAM e gli intercettori SM-3. Questi sistemi utilizzano componenti specializzati, compresi magneti in terre rare per applicazioni di precisione, guida e radar. Anche L3Harris Technologies è esposta al problema. Il gruppo opera nelle comunicazioni militari, nei sensori avanzati, nei sistemi spaziali e nella propulsione missilistica. Il terzo esempio è Honeywell Aerospace, attiva nei sistemi di generazione elettrica per aeromobili, nella navigazione e negli attuatori elettromeccanici. Il suo portafoglio comprende generatori a magneti permanenti e attuatori di precisione, applicazioni che richiedono materiali magnetici ad alte prestazioni.
Il 2027 sarà il momento della verità
La scadenza del 1° gennaio 2027 è ormai vicina, mentre va considerato che essere pronti ad avviare la qualificazione non significa averla già completata e disporre di forniture militari approvate. La disponibilità dei materiali, i risultati dei test e l’effettiva entrata nei programmi della difesa sono tutti passaggi impegnativi e per nulla scontati.
La partita americana delle terre rare si giocherà quindi su questo terreno fatto di impianti funzionanti, qualità costante, materiali disponibili e clienti disposti ad approvare i prodotti.
La Cina ha costruito il proprio vantaggio nel corso di decenni. Recuperarlo richiederà ben più di una nuova stagione di finanziamenti pubblici. Per gli operatori occidentali, il vero test non sarà quanti progetti riusciranno ad annunciare entro gennaio, ma quanti saranno effettivamente in grado di produrre materiali qualificati quando le nuove restrizioni diventeranno operative.
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