Oro e banche centrali: perché 850 tonnellate l’anno tengono in piedi i prezzi nel 2026

Le banche centrali continuano a sostenere il mercato dell'oro con acquisti stimati tra 750 e 850 tonnellate nel 2026, ben oltre la media storica. Una domanda costante e poco sensibile al prezzo che rafforza il ruolo del metallo giallo come bene rifugio e ne limita il rischio di ribassi prolungati.

L’oro ha corretto dai massimi di gennaio, eppure il suo sostegno di fondo è rimasto intatto. Il merito va a un compratore paziente e poco rumoroso: le banche centrali. Continuano ad accumulare riserve a un ritmo quasi doppio rispetto alla media pre-2022, e lo fanno quasi senza guardare il prezzo. È questa domanda ufficiale a fare da pavimento del mercato. Lenta, costante, prevedibile. Capirla aiuta a leggere la volatilità del 2026 senza perdere di vista la tendenza di fondo.

Nel primo trimestre del 2026 gli istituti centrali hanno acquistato 244 tonnellate d’oro, il 3% in più rispetto a un anno prima. Il dato, certificato dal World Gold Council, supera sia il trimestre precedente sia la media degli ultimi cinque anni. Nel 2025 gli acquisti netti hanno toccato 863 tonnellate. È meno del ritmo record del triennio 2022-2024, quando si superavano regolarmente le 1.000 tonnellate, ma resta quasi il doppio della media pre-2022, ferma intorno alle 450-500 tonnellate. Anche in un anno considerato di rallentamento, dunque, le banche comprano oro a un’intensità storicamente eccezionale.

Una domanda che non guarda il prezzo

Le banche centrali trattano l’oro come politica di riserva, non come una scommessa di breve termine. Quando la Polonia decide di portarlo al 20% delle proprie riserve, lo compra sia a 3.500 sia a 5.000 dollari l’oncia. Il prezzo passa in secondo piano.

Questa domanda crea ciò che molti analisti chiamano pavimento strutturale, cioè un livello sotto il quale le vendite prolungate diventano improbabili. È una logica agli antipodi della gratificazione immediata che muove altri segmenti dell’economia online, dall’intrattenimento e dai giochi di operatori come NetBet casino fino al trading più speculativo, dove conta il rendimento di breve e non l’accumulo paziente.

Un fenomeno ampio e diffuso

Nel 2025 oltre venti istituzioni hanno dichiarato aumenti significativi delle riserve auree. Non parliamo più di uno o due grandi acquirenti. Cina, India, Turchia e molte economie emergenti spingono tutte nella stessa direzione. Lo stesso slancio si legge nella domanda complessiva, salita nel primo trimestre a 1.231 tonnellate per un valore record di 193 miliardi di dollari, trainata soprattutto da lingotti e monete. Dietro questi numeri c’è una strategia chiara: diversificare lontano dal dollaro, in risposta al debito globale, al rischio valutario e alla frammentazione geopolitica.

A inizio 2026 l’oro aveva superato i 5.400 dollari l’oncia, un nuovo massimo storico, sostenuto da un dollaro più debole, dagli acquisti ufficiali e dalla corsa al bene rifugio. Poi è arrivata la correzione. A inizio giugno il metallo era scivolato intorno ai 4.500 dollari, frenato dai rendimenti reali statunitensi elevati e da una politica monetaria più cauta. La volatilità, però, non ha intaccato la tendenza di fondo.

Le stime per il 2026

Sul fronte degli acquisti ufficiali, le stime degli analisti si collocano in gran parte tra le 750 e le 850 tonnellate per l’anno in corso, secondo previsioni di istituzioni come il World Gold Council e State Street. Sarebbe un lieve calo rispetto al 2025, ma sempre un livello molto superiore alla norma storica.

Anche l’offerta gioca a favore. La produzione mineraria dovrebbe crescere poco, frenata in alcune regioni dai costi energetici, mentre il riciclo resta limitato dalle scorte ridotte. In un mercato in cui la domanda ufficiale pesa circa un quinto del totale, questo equilibrio fragile tra offerta contenuta e acquisti costanti rende difficile immaginare un ribasso duraturo.

Finché le banche centrali compreranno l’oro come strumento di politica monetaria e non come scommessa, il metallo manterrà sotto i piedi un sostegno che pochi altri asset possono vantare.

Attenzione, però. È un pavimento, non una garanzia di guadagno. Non promette rendimenti facili e, del resto, nessun asset li promette. Cambia piuttosto il profilo di rischio di lungo periodo del metallo giallo, premiando la pazienza più della rincorsa al risultato immediato.

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Oro e banche centrali: perché 850 tonnellate l’anno tengono in piedi i prezzi nel 2026 was last modified: Giugno 27th, 2026 by Inserzionisti