A gennaio, la World Bank stimava il petrolio a 60 dollari al barile per quest’anno. Adesso, la stessa istituzione ha rivisto quella cifra a 86 dollari, con un aggiustamento del 43% in pochi mesi.
Il conflitto iraniano, scoppiato a fine febbraio ha trasformato uno stretto marino in un collo di bottiglia planetario. Lo Stretto di Hormuz, prima della guerra, movimentava circa un terzo del commercio marittimo globale di greggio. La sua chiusura non è stata solo un’interruzione logistica ma un vero e proprio terremoto per i mercati energetici.
Il rapporto Commodity Markets Outlook della World Bank, pubblicato la scorsa settimana, fotografa uno scenario che sembra estremo. L’indice generale dei prezzi delle materie prime è atteso in crescita del 16% nel 2026, il primo rialzo annuale dal 2022, quando scoppiò la guerra tra Russia e Ucraina. La coincidenza non è fortuita dal momento che ogni volta che una guerra tocca i nodi critici del sistema energetico, il conto lo paga l’intera economia mondiale, non solo i belligeranti.
Tre onde, un solo denominatore
Secondo la World Bank, le guerre colpiscono l’economia globale “in cumulative waves“: l’energia, poi il cibo, infine l’inflazione generalizzata. È una sequenza già vista nel 2022, ma questa volta il punto di partenza è geograficamente più critico. I prezzi dell’energia sono stimati in aumento del 24% nel 2026, e questo nella proiezione cosiddetta “di base“, quella in cui le interruzioni più acute si esauriscono entro maggio. Un’ipotesi ottimistica, considerando che nessuna guerra in quella regione ha mai rispettato i calendari delle banche d’investimento.
Anche gas naturale e fertilizzanti raccontano la stessa storia, anche se meno visibile al grande pubblico. Per i fertilizzanti è previsto un rialzo del 31% su base annua, cosa che significa che gli agricoltori in Bangladesh, in Egitto, in Nigeria dovranno scegliere tra ridurre i raccolti o indebitarsi ulteriormente. Inoltre, la chiusura dello stretto ha interrotto anche le rotte di approvvigionamento alimentare per diverse economie importatrici nette, aggiungendo il costo del trasporto a quello già in salita delle materie prime agricole.
Il quadro finale è quello che la World Bank descrive con cifre precise. Se il petrolio dovesse stabilizzarsi sopra i 100 dollari al barile, fino a 45 milioni di persone in più potrebbero scivolare nell’insicurezza alimentare acuta nel 2026.
Chi paga e chi lo sapeva già
La World Bank avverte che saranno i più poveri ad essere colpiti più duramente dalle conseguenze della crisi, poiché i più poveri sono quelli che spendono la quota maggiore del reddito in cibo e carburante.
Il mercato delle materie prime non è un sistema neutro ma è una rete di flussi fisici e finanziari in cui le interruzioni geopolitiche vengono rapidamente trasformate in opportunità speculative prima ancora che in emergenze umanitarie. Le revisioni al rialzo del Brent da 60 a 86 dollari non riflettono solo un’offerta ridotta ma anche le scommesse di chi ha venduto allo scoperto o comprato futures petroliferi nelle ore successive all’escalation del conflitto.
“La guerra è sviluppo al contrario”
Come ha detto Indermit Gill, capo economista della Banca Mondiale, “la guerra è sviluppo al contrario”. Ma il rischio geopolitico è anche un fattore che nella maggior parte dei casi non viene mai considerato a sufficienza quando gli analisti tracciano le loro previsioni di crescita, se non a guerre già in corso.
La vera lezione dei prossimi mesi non sarà quanto saliranno i prezzi, ma quanto velocemente i mercati torneranno a ignorare le cause strutturali di questa instabilità una volta che l’attenzione mediatica si sposterà altrove. Successe nel 2022-2023. Succederà ancora.
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