L’ondata di caldo estremo e la persistente siccità stanno iniziando ad avere effetti sempre più evidenti sul sistema energetico europeo, aggravando una situazione già resa difficile dalle tensioni geopolitiche che interessano il mercato petrolifero. Le temperature superiori ai 40 °C e il drastico calo dei livelli dei fiumi stanno riducendo l’efficienza delle raffinerie, limitando la produzione nucleare e idroelettrica e aumentando i costi del trasporto dei combustibili.
Secondo gli analisti di Standard Chartered, il cambiamento climatico non si limita più ad aumentare la domanda di energia per il raffrescamento, ma sta anche riducendo la capacità produttiva del settore energetico. Le raffinerie europee, costruite prevalentemente negli anni Sessanta e Settanta per operare in climi più freddi, faticano infatti a dissipare il calore durante le ondate estive. I sistemi di raffreddamento ad aria e ad acqua perdono efficienza quando le temperature ambientali aumentano e la scarsità d’acqua impedisce di utilizzare adeguatamente i circuiti di raffreddamento. Inoltre, le normative ambientali limitano lo scarico di acqua troppo calda nei corsi d’acqua, costringendo gli impianti a ridurre la produzione.
Queste difficoltà stanno sostenendo i margini di raffinazione, in particolare quelli del diesel. Lo spread tra il gasolio ICE e il Brent ha infatti superato i 75 dollari al barile, avvicinandosi ai massimi degli ultimi vent’anni.
Anche il settore nucleare risente della crisi idrica. In Ungheria, il basso livello del Danubio ha costretto la centrale nucleare di Paks a ridurre drasticamente la produzione elettrica, mentre in Romania è stato dichiarato lo stato di emergenza energetica dopo il rallentamento della centrale di Cernavodă. Entrambi gli impianti utilizzano grandi quantità d’acqua del Danubio per il raffreddamento dei reattori.
La produzione idroelettrica registra a sua volta forti difficoltà. Gli afflussi d’acqua nei bacini alpini risultano circa il 50% inferiori alla media degli ultimi quindici anni, penalizzando operatori come EDF e Verbund. Anche la Norvegia, che produce circa il 90% della propria elettricità da fonte idroelettrica, segnala le riserve di neve più basse degli ultimi vent’anni.
Infine, i bassi livelli dei principali fiumi europei stanno rendendo più complesso anche il trasporto fluviale di petrolio, carburanti e materie prime. Le chiatte sono costrette a viaggiare con carichi ridotti, facendo aumentare i costi logistici e rallentando le consegne.
Nel complesso, caldo estremo e siccità stanno trasformandosi in un nuovo fattore strutturale di rischio per il mercato energetico europeo, contribuendo a sostenere i prezzi dei prodotti raffinati e ad aumentare la vulnerabilità dell’intero sistema energetico.
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