Il blocco militare degli Stati Uniti ordinato da Donald Trump contro le navi in uscita dall’Iran nello Stretto di Hormuz ha subito innescato un violento rimbalzo delle quotazioni petrolifere. Questa ennesima prova di forza, accompagnata dalle minacce di ritorsione di Teheran verso i vicini del Golfo, ha spinto inizialmente i barili oltre la soglia psicologica dei 100 dollari.
La realtà fisica del mercato in Europa si è rivelata ancora più brutale, con consegne immediate schizzate a circa 150 dollari al barile, evidenziando la cronica fragilità di uno snodo che gestisce il 20% del traffico mondiale di greggio e GNL.
L’illusione di una rapida stabilizzazione si sta scontrando con i numeri: il Brent ha chiuso a 99,82 dollari (+4,8%) e il WTI a 100,57 dollari (+3,8%), limando i guadagni solo dopo che l’OPEC ha tagliato le stime sulla domanda globale per il secondo trimestre di 500.000 barili giornalieri. Intanto, nonostante i prezzi che sembrano remunerativi, i produttori di petrolio americani restano alla finestra e i dati di Baker Hughes mostrano impianti petroliferi fermi a quota 411 su un totale di 545, bloccati da margini deboli e volatilità che paralizzano i nuovi investimenti.
L’oro perde l’aureola, l’alluminio vola
Mentre l’energia brucia, il metallo giallo si scopre vulnerabile. L’impennata del greggio ha resuscitato lo spettro dell’inflazione e allontanato i tagli dei tassi di interesse, rendendo l’oro meno appetibile a causa dei mancati rendimenti. Il contratto COMEX è sceso a 4.763,76 dollari l’oncia (-0,5%) e l’argento a 75,743 dollari (-1%). Secondo Trade Nation, gli eventi di questi giorni mostrano la vulnerabilità dell’oro al rischio geopolitico, smentendo le tradizionali narrazioni di bene rifugio a meno di non recuperare in fretta la quota di 4.800 dollari.
Sul fronte dei metalli industriali, la geopolitica continua a dettare legge imponendo il primato fisico sulle speculazioni. L’alluminio all’LME ha toccato i massimi da marzo 2022 a 3.614 dollari la tonnellata, spinto dai rischi sulle forniture di un Medio Oriente che pesa per il 9% della produzione globale. Secondo ING Group, un’interruzione prolungata delle spedizioni attraverso Hormuz restringerebbe la disponibilità e sosterrebbe i premi regionali, lasciando le fonderie a corto di scorte in balia di mercati energetici fuori controllo.
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