Produrre alluminio primario green non sarà possibile senza anodi inerti o senza la cattura del carbonio lungo la catena di approvvigionamento. In altre parole, senza investimenti in tecnologie molto costose il raggiungimento dello zero netto di emissioni per l’alluminio non sarà possibile. Investimenti, che se non saranno finanziati dai governi, potrebbero non essere mai realizzati perché non motivati da ragioni economiche.
Il punto debole di una fonderia a basse emissioni sono gli anodi di carbone
Soltanto costose misure tecnologiche per gestire le emissioni degli anodi di carbone potrebbero consentire di raggiungere l’obbiettivo di zero emissioni per chi produce alluminio primario. La catena di approvvigionamento del carbone e le emissioni legate ai suoi processi rappresentano oltre il 50% delle emissioni totali generate da una fonderia di alluminio a basse emissioni.
È quanto è emerso da un recente caso studio presentato da Rain Carbon alla conferenza Global Coke and Carbon tenutasi a Seattle (Stati Uniti).
Le fonderie che sembrano “verdi” in realtà non lo sono ancora
L’analisi ha quantificato le emissioni dell’intero ciclo di vita di un’operazione di fusione, basandosi sui dati raccolti nella fonderia di alluminio Alouette, in Canada. Se alimentata da energia rinnovabile, una fonderia come Alouette può raggiungere l’obiettivo di meno di 4 tonnellate di anidride carbonica equivalente (CO2e) per tonnellata di produzione di alluminio. Una quantità che viene spesso venduta come rispettosa dell’ambiente, ma che non prende in considerazione le emissioni della catena di approvvigionamento, compresa la calcinazione del coke.
Come è emerso dallo studio di Rain Carbon, oltre il 50% delle emissioni associate all’intero processo produttivo della fonderia non è direttamente collegato al funzionamento della fonderia stessa. Le emissioni di carbonio provenienti dalla catena di approvvigionamento e dai processi correlati al carbone costituiscono il 64% delle emissioni totali. Inoltre, la produzione di anodi, che comprende l’utilizzo di materie prime come coke di petrolio calcinato (CPC) e pece di catrame di carbone (CTP), insieme al processo di cottura degli anodi, rappresentano il 21% dell’impronta di carbonio complessiva della fonderia.
Difficile e costoso rimuovere gli anodi tradizionali
Ma rimuovere il carbone dal processo di fusione dell’alluminio è qualcosa di estremamente difficile e costoso. La fusione tradizionale si basa su anodi di carbone che sono essenziali nel processo ma che producono emissioni di CO2. Gli anodi inerti, che rilasciano invece ossigeno, sono ancora nelle prime fasi di sviluppo e ci vorrà tempo prima che possano essere effettivamente utilizzati su larga scala.
Inoltre, la conversione delle fonderie esistenti per usare questa tecnologia non è fattibile. Di fatto, sarebbe necessario sostituire tutte quelle esistenti con nuove fonderie, un’operazione titanica con enormi investimenti di capitale.
Un’alternativa potrebbe essere quella di mantenere gli anodi di carbone, implementando però una tecnologia di cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio (CCUS) durante tutto il processo di produzione. Una spesa enorme che metterebbe fuori mercato chi dovesse utilizzarla rispetto alle fonderie che non si impegnano in investimenti simili.
In conclusione, anche il settore dell’alluminio per diventare verde ha bisogno di una montagna di soldi che il mercato non è disposto a pagare. Quindi, a chi può chiederli? A tutti i contribuenti naturalmente!
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