Mercati

L’invisibile guerra per il petrolio

Il conflitto in corso sul mercato globale del petrolio è destinato a durare, con l’effetto di alimentare la speculazione e la volatilità dei prezzi.

Una guerra come quella in corso in Siria è sotto agli occhi di tutto il mondo, con tutti i suoi drammatici effetti e con l’evidenza di uno scontro di interessi tra le principali potenze mondiali. Sarebbe sorprendente che l’opinione pubblica non se ne preoccupasse.

Un po’ il contrario di quanto avviene per un’altro conflitto in corso nel mondo, senza spargimenti di sangue, ma non meno importante per le sorti di gran parte della popolazione mondiale, Italia compresa. Un conflitto che non riempie le prime pagine dei giornali ma che è destinato a durare a lungo, con Arabia Saudita e Stati Uniti contrapposti frontalmente: il conflitto del petrolio.

Da una parte il paese che sostiene i bassi prezzi correnti, dall’altra il paese che sta vedendo sbriciolarsi il settore del petrolio di scisto a causa del mercato in discesa. Naturalmente, gli altri produttori mondiali si sono schierati con l’uno o con l’altro contendente.

L’Arabia Saudita ha iniziato a pompare petrolio a livelli record, con l’obbiettivo specifico di sottrarre quote di mercato agli Stati Uniti, colpevoli di produrre petrolio e gas di scisto, grazie ai quali hanno risolto buona parte dei loro problemi energetici. L’effetto del conflitto è stato quello di trascinare i prezzi verso il basso, causando enormi problemi a tutti quei paesi le cui economie sono fortemente dipendenti dall’oro nero e che si trovano sull’orlo del collasso.

Ma l’intento dell’Arabia Saudita è anche quello di colpire, o quanto meno non favorire, il suo eterno nemico, l’Iran, grande produttore di petrolio tenuto fino ad oggi fuori dai giochi a causa delle sanzioni economiche che però sono state rimosse.

Soltanto parlare di congelamento della produzione, discorsi sentiti nella prima parte di quest’anno, è stato sufficiente per far crescere i prezzi del greggio

Soltanto parlare di congelamento della produzione, discorsi sentiti nella prima parte di quest’anno, è stato sufficiente per far crescere i prezzi del greggio. Questo dà un’idea di quante e quanto forti tensioni si siano accumulate sul mercato in questi ultimi mesi.

Ma anche questa guerra, come tutte le guerre, ha costi molto alti da sostenere per tutte le parti in conflitto.

L’Arabia Saudita, grazie al suo ricchissimo fondo sovrano, è riuscita apparentemente a non ferire la propria economia anche se ha dovuto ricorrere a drastici tagli del proprio bilancio e a vendere uno dei suoi gioielli, la Saudi Aramco.

La Russia è un’altra importante parte in causa. Con circa il 40% delle entrate proveniente da petrolio e gas naturale, l’economia del paese è finita in recessione per gli ultimi due anni. Anche se gli effetti negativi della discesa del greggio sono stati parzialmente compensati dal crollo del valore del rublo, la Russia farebbe di tutto per vedere le quotazioni petrolifere crescere. I colloqui della scorsa settimana con l’Arabia Saudita per un congelamento della produzione, hanno fatto schizzare in alto i prezzi del petrolio in pochi minuti.

Ma il paese che in questo momento è decisivo per le sorti di questo conflitto mondiale è l’Iran. Come ha dichiarato il ministro del petrolio saudita Khalid al-Falih, qualsiasi blocco della produzione deve coinvolgere anche l’Iran.

L’Iran, da parte sua, con 3,85 milioni di barili al giorno, è già quasi arrivato ai livelli produttivi ante-sanzioni che erano di 4 milioni di barili. Sembrerebbe, ma questo aspetto è abbastanza controverso, che il paese non riuscirebbe, anche volendo, a superare tale soglia nel breve termine, soprattutto per impedimenti tecnologici e finanziari. Ma accettare un congelamento della produzione significherebbe ammettere davanti al mondo di non riuscire a produrre maggiori quantità di petrolio, una specie di dichiarazione di impotenza.

Allo stato attuale, con il mondo che sta affogando nel petrolio, nessuno pensa che i prezzi possano tornare a 100 dollari al barile. Anche perché, qualsiasi aumento significativo del prezzo vedrebbe una ripresa della produzione di petrolio di scisto negli Stati Uniti.


Già se i prezzi dovessero arrivare tra i 50 e i 60 dollari al barile sarebbe una benedizione per tutti quei paesi, Russia in testa, le cui economie stanno soffrendo pesantemente ai livelli di prezzo attuali.

Ma, come risulta evidente, l’incertezza è più alta che mai e gli interessi in gioco così grandi e contrastanti tra loro che potrebbe bastare un nonnulla per fare schizzare i prezzi verso l’alto o verso il basso. La guerra planetaria del petrolio è destinata a continuare ancora e… senza esclusione di colpi!

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