Energia

Goldman Sachs abbandona il business dell’uranio

Il mercato dell’uranio non porta fortuna alla grande banca d’affari americana, costretta ad abbandonare un business che sembrava molto lucroso, fino all’incidente di Fukushima.

La notizia era nell’aria da qualche mese: prezzi troppo bassi e nuove norme più rigorose circa la gestione delle materie prime, hanno portato la Goldman Sachs ad abbandonare il mercato dell’uranio.

Tutti conoscono Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo attiva negli investimenti finanziari per conto di investitori istituzionali e di privati, ma poche persone sanno che Goldman Sachs era nel business dell’uranio grezzo, meglio conosciuto come yellowcake. Possedeva infatti in Sud Africa, circa 35 anni orsono, una società commerciale di uranio venduta all’Iran.

Tuttavia, pur non possedendo alcuna società di uranio, Goldman Sachs aveva fatto scorte negli ultimi quattro anni di combustibile nucleare, utilizzando il proprio trading desk specializzato (noto come NUFCOR International). Scorte superiori a tutte quelle possedute da una nazione come l’Iran e sufficienti ad alimentare per un anno intero tutti gli impianti nucleari della Cina.

L’entrata della Goldman Sachs nel trading di uranio risale al 2009 quando decise di approfittare dei bassi prezzi dell’uranio in vista di un imminente rialzo

Inoltre la banca d’affari ha un accordo per la commercializzazione di quasi tutto l’uranio prodotto dalla AngloGold Ashanti, una delle più grandi miniere sudafricane.

L’entrata della Goldman Sachs nel trading di uranio risale al 2009, quando insieme alla Deutsche Bank, la seconda banca più grande in Europa, decise di approfittare dei bassi prezzi dell’uranio in vista di un imminente e consistente rialzo. A rovinare i piani di business della potente banca, arrivò il disastro di Fukushima, che provocò un congelamento dei prezzi sul mercato dell’uranio.

Come se non bastassero tutte le difficoltà insorte sul mercato dell’uranio, anche la Federal Reserve americana (FED) ha cominciato a mettere sotto pressione le banche e gli enti finanziari per limitarne il ruolo nel commercio di materie prime.


Così a dicembre è arrivato l’annuncio della Deutsche Bank circa l’abbandono delle attività sulle materie prime in ossequio alle severe norme governative a riguardo. La stessa cosa era già avvenuta da parte di JPMorgan e Morgan Stanley.

Anche Goldman Sachs si è accodata al trend seguito da tutte le altre banche d’affari e ha messo in cantina, per la seconda volta, il business dell’uranio.

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