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Gli Una della Papua Occidentale: un popolo senza tempo

Uno straordinario viaggio al di fuori della nostra civiltà e del nostro tempo, alla ricerca di un popolo che custodisce i segreti dei nostri antenati, risalenti all’alba dell’umanità.

Ero molto giovane quando già conoscevo il fascino della giungla. Anni ed anni senza pensare ad altro che alle foreste equatoriali ed agli ultimi territori selvaggi ancora intatti.

La Papua Nuova Guinea è sempre stata nei miei pensieri. Cinque milioni di abitanti in un territorio quasi tre volte l’Italia; più di mille lingue diverse, parlate da una miriade di etnie bellicose in perenne contrasto tra loro. Come pochi altri luoghi più remoti della Terra, la Papua Occidentale rappresenta una sfida per l’uomo perché conserva straordinarie sopravvivenze umane e culturali destinate a scomparire prima di essere conosciute.

Il viaggio di avvicinamento al popolo Una, una piccola etnia non ancora molto conosciuta, incomincia di mattino molto presto su una corriera mal ridotta e stracolma di persone.

La prima tappa è l’incontro con Alex, l’angelo custode che mi guiderà nella terra degli Una.

Alex viveva in quella comunità e quindi conosce molto bene la loro lingua ma la vita primitiva gli pesava ed ha così deciso di provare un’esperienza nuova spingendosi fino alla valle del Baliem. Nonostante il suo aiuto però, sono perfettamente consapevole che lassù tutto è difficoltà e ostacolo: la natura bagnata da continue piogge torrenziali, difende il proprio regno con la violenza di una vitalità senza limiti.

Cosa si prova a scoprire di essere ospite dei cannibali? Uno stupore che d’un colpo annebbia il cervello e un nodo prende alla gola

Grazie alle informazioni in mio possesso e alle notizie di Alex sono riuscito a raggiungere il popolo Una. Gli Una sono i pigmei che vivono sulle montagne senza valichi, negli altipiani centrali vicino Langda, a circa 250 km a sud-est di Wamena, il villaggio più grande della Papua Occidentale.

Sono completamente isolati, non hanno subito alcun grado di acculturazione e nessuno mai è arrivato fin lì. L’area è tuttora indicata, nelle più accurate carte geografiche con la dicitura “relief data incomplete”: buio totale dal punto di vista della toponomastica ma soprattutto mancanza assoluta di ogni informazione mappale, fatta eccezione dalle cime più alte e dai fiumi più estesi.

Prendo a noleggio un Cessna che mi porta a circa 20-30 km dagli Una.

Il rombo del Cessna è il segnale di raccolta di tutta la gente di Langda; il mio arrivo infatti suscita sensazione e sono osservato da una fitta folla. I bagagli, i medicinali e la telecamera vengono scaricati sulla pista e subito sono seguito da una torma di portatori papua felici di vedere un uomo bianco che non sia un missionario.

Dopo qualche giorno di trekking giungo al villaggio Una.

Fondamentalmente cacciatori, un tempo nomadi, questi pigmei usano l’arco e le frecce rigorosamente di bambù. Le loro frecce sono affilate come rasoi ed intagliate sulla superficie con l’unghia di un predatore delle montagne. Vi incidono una serie di tacche volte all’indietro in modo che rimangano conficcate nelle prede.

Mentre sono seduto attorno al fuoco insieme a loro, gli occhi di un Una si illuminano quando parla del popolo di Oblòm, un villaggio a quattro giorni di cammino da qui. Tra i due gruppi non scorre buon sangue. Si sono azzuffati varie volte perché uno di Oblòm, una volta, portò via una donna di questo villaggio, allora essi l’hanno inseguito tra le montagne e ucciso con le frecce.

Jipik continua a raccontare con entusiasmo le sue esperienze di guerriero: “sono venuti in tanti ed alcuni dei nostri sono stati feriti; anch’io sono stato ferito! E mentre scappavo, uno di loro mi ha sfregiato il naso e conficcato una freccia dietro la testa!

Cosa si prova a scoprire di essere ospite dei cannibali? Uno stupore che d’un colpo annebbia il cervello e un nodo prende alla gola. Poi ci vogliono diversi minuti per accettare la realtà.

Tra le varie domande che avevo fatto a questa gente mai mi era venuto in mente di chiedere: “mangiate carne umana?” Così la scoperta è avvenuta improvvisa, quasi per caso.

Guardo questi indigeni davanti a me un po’ impaurito, ma il candore dei loro occhi e la gentilezza dei loro movimenti mi trasmettono tranquillità.

Gli Una vanno a caccia con le asce in pietra.

Il mattino seguente seguo alcuni Una che scendono al fiume per estrarre la pietra per le asce. In questa forra si trova quella che essi chiamano “la fonte delle asce di pietra”, cioè la miniera dalla quale ricavano i loro preziosissimi strumenti.

Inizio una discesa che è quasi una parete a 90 gradi. Un percorso reso infido e scivoloso dalla pioggia della notte e dall’umidità del giorno ma che gli Una, con la loro grande agilità e con le larghe piante dei piedi quasi prensili, affrontano senza problemi.

Giunti sulla sponda del fiume Heime, i pigmei si procurano i pezzi grezzi di roccia adatti alla lavorazione. Per far questo accendono il fuoco a ridosso di un blocco di pietra per ottenerne, mediante lo “choc termico“, la frantumazione; è un’operazione che può essere lunga e dagli esiti non sempre prevedibili. Per frammentare la roccia, sollevano un pesante percussore di pietra del diametro di circa 25 centimetri e scagliandolo dall’alto verso il basso ne percuotono il bordo sino staccare grandi schegge. In un’ora di lavoro possono ottenere in media da cinque a dieci pezzi, dai quali ricavano le lame per le asce. Utilizzando come percussori alcuni ciottoli di pietra più dura che si trovano sulla riva del fiume, praticano la prima scheggiatura sommaria ed asportano i frammenti. La seconda fase della lavorazione avrà luogo solo dopo il ritorno al villaggio.

Ultimata la scheggiatura della roccia, essa deve essere portata al villaggio per la lavorazione, quindi riprendiamo la via del ritorno.

Al villaggio inizia la seconda fase della lavorazione delle pietre.

Durante le varie fasi gli anziani sono seduti in terra gli uni accanto agli altri, rivolti nella stessa direzione per evitare che le schegge taglienti possano colpire il viso dei loro vicini.

Una volta pronta, la lama viene montata con fibre vegetali su un manico di legno a forma di “T”, ricavato da un tronco da cui sporge un ramo più piccolo con un angolo di 45 gradi.


Mi sento un privilegiato nel visitare e filmare questi uomini così cordiali che vivono ancora nella lontana età della pietra. E sebbene durante i millenni, gli specchi deformanti delle sovrapposizioni culturali abbiano modificato almeno in parte queste tecniche, si può comunque asserire che i sistemi di fabbricazione impiegati sono gli stessi del Paleolitico superiore e del Neolitico. Questi pigmei documentano il modello di comportamento di quelli che dovevano essere i nostri antenati all’alba dell’umanità. Il valore della mia visita qui è accresciuto dal fatto che quello che ho realizzato è forse l’ultimo documento filmato su una tecnica di lavorazione della pietra che risale ad almeno ventimila anni fa e che testimonia il tentativo di recuperare e conservare l’identità collettiva di etnie completamente integrate nei ritmi della foresta e della montagna.

Cristallizzati nella preistoria ma troppo fragili per resistere agli assalti delle altre culture, gli Una sono forse l’ultima immagine speculare del nostro passato.

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Alvaro Moscè
Mi chiamo Alvaro, sono un viaggiatore solitario, filmmaker per passione. Da molti anni viaggio intorno al mondo alla ricerca di gruppi etnici in via di estinzione, raggiungendo luoghi remoti e di difficile accesso. Nei miei viaggi la videocamera è un’inseparabile compagna. È con essa che racconto i luoghi e la gente. Non cerco immagini che fanno colpo. Mi soffermo, osservo e raramente rubo. Racconto la vita che è. Si, quella degli altri ma anche la mia. O meglio, quella che a volte ho vissuto e che vorrei ancora vivere. Questo è il fascino del viaggio. È attraverso le sensazioni che provo al momento della ripresa che sento di esistere. Interpreto e nel contempo vivo i loro ed i miei stati d’animo. Questa è la mia HomePageEXPLORINGWORLFOGAR e questo il mioCANALE YOUTUBE

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